Jean-Jacques Rousseau.
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Discorso sopra l'origine ed i fondamenti della ineguaglianza fra gli uomini.
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Rousseau cittadino di Ginevra, tradotto dal cittadino Niccol Rota.
1797. Tipografia Antonio Curti presso Giustino Pasquali Q. Mario, VENEZIA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato dal "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Indice generale.
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NOTIZIA STORICA.
QUESTIONE.  
DISCORSO SOPRA L'ORIGINE ED l FONDAMENTI DELLA INEGUAGLIANZA FRA GLI UOMINI. 
DISCORSO.
PARTE PRIMA. 
SECONDA PARTE. 
NOTE. 
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Fine indice.
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Non in depravatis, sed in his quae bene
secundum naturam se habent,
considerandum est quid sit naturale.
Arist. Polit. Lib. 2.
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NOTIZIA STORICA.
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Gian-Jacopo Rousseau l'autore dell'Emilio, del Contratto Sociale, e di varie altre opere, fu uno degli autori il pi perseguitato dall'invidia dei letterati, dalla ipocrisia dei preti, e dal falso zelo de' divoti; tutte si unirono codeste classi per amareggiare gli ultimi anni della sua vita, n cessarono di calunniarlo anche dopo la di lui morte, e ne ottennero lo intento, fintantoch una perfida politica pot severamente proibirne la lettura. Giunto finalmente il momento in cui riacquistata quella libert naturale insita negli uomini, violentemente loro usurpata dalla forza dei prepotenti despoti, i quali assoggettar volevano perfino il pensiero, furono quindi con avidit lette e studiate le di lui opere, nelle quali regna dappertutto la pi pura morale, l'eloquenza la pi sublime, l'amore il pi ardente per l'uman genere, e dalle quali scaturiscono le limpide sorgenti dei diritti dell'uomo e del cittadino; e la Francia fu la prima ad approfittarsene colla famosa rivoluzione del 1789.
Nel 1790, l'Assemblea nazionale costituente decret una pensione alla vedova del nostro autore, e ad esso una statua da collocarsi nella sala della stessa Assemblea colla inscrizione:
LA FRANCIA LIBERA
ALL'AUTORE DELL'EMILIO E DEL CONTRATTO SOCIALE,
Vitam impendere vero.
Con altro decreto del 1791 fu ordinato di far solennemente trasportare le di lui ceneri nella chiesa di santa Geneviefa, luogo destinato a raccogliere le ossa di que' grand'uomini, i quali coi loro scritti, o colle loro azioni hanno contribuito all'innalzamento dell'indistruggibile edifizio di quella costituzione, la quale rende ora la Francia la prima nazione veramente libera di tutto l'universo.
La festa per la traslazione delle ceneri di Rousseau al Pantheon successe gli II ottobre 1794. L'urna che le conteneva, era giunta il giorno prima da Ermenonville, ed era stata deposta nel giardino delle Tulierie, ove era stato costrutto, nel sito del gran bacino, una specie di tempio, sostenuto da colonne pinte di color del granito. Nel mezzo di questo tempio era un catafalco coperto d'un tappeto celeste, seminato di stelle, sopra del quale era sospesa una corona di lauro. L fu dove la Convenzione and a prender l'urna, la quale fu deposta sopra un carro di trionfo. Dinanzi il carro marciava l'Instituto nazionale di musica, il quale eseguiva le arie pi belle di Rousseau. Ci che vi fu di pi osservabile nel corteggio, fu prima la moglie stessa di Rousseau, la quale era seduta sopra un piccolo carro, circondata da musici, e dopo un fascio nazionale in cui si trovavano riunite lo bandiere della Convenzione degli Stati uniti, e di Ginevra. Durante la marcia fu cantato un inno ed un'ode a Rousseau.
Giunti al Pantheon, il presidente della Convenzione nazionale pronunzi un discorso, in cui fra gli altri elogi che diede a Rousseau, disse: Se Rousseau non fosse stato che l'uomo il pi eloquente del suo secolo noi avremmo potuto abbandonarlo alla infamia. Ma egli onor l'umanit. Egli ingrand l'impero della ragione e della morale; sempre elevato, ma sempre saggio e buono, gli fece della beneficenza il fondamento della sua legislazione: egli diceva che nelle nostre vive emozioni dobbiamo diffidarci di noi medesimi, e che non si pu esser giusto senza essere umano. I suoi scritti immortali sviluppano questo principio, "che pi sovente c'inganna la ragione, che la natura," ec.
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QUESTIONE.
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Qual' l'origine della ineguaglianza fra gli uomini?
 dessa autorizzata dalla legge naturale?
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DISCORSO SOPRA L'ORIGINE ED l FONDAMENTI DELLA INEGUAGLIANZA FRA GLI UOMINI.
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Io parlo dell'uomo, e la questione ch'esamino m'insegna che son per parlare ad uomini; poich non se ne propongono di simili quando si teme di onorar la verit. Difender io adunque con sicurezza la causa dell'umanit dinanzi ai saggi che m'invitano, e non sar mal contento di me medesimo se mi render degno del mio soggetto e de' miei giudici.
Io concepisco nella specie umana due sorte d'ineguaglianza; una che chiamo naturale e fisica, perch essa  stabilita dalla natura, e che consiste nella differenza delle et, della sanit, delle forze del corpo, e delle qualit dello spirito, o dell'anima; l'altra, che si pu chiamare ineguaglianza morale o politica, perch essa dipende da una sorte di convenzione, ed  stabilita, o almeno autorizzata dal consentimento degli uomini. Questa consiste nei differenti privilegi di cui alcuni godono a pregiudizio degli altri, come l'esser pi, ricchi, pi onorati, pi potenti di alcuni altri, oppure nel farsi obbedire.
Non si pu chiedere qual sia la sorgente dell'ineguaglianza naturale, poich la risposta si troverebbe enunziata nella semplice definizione della parola: meno ancora si pu cercare se vi fosse qualche legame essenziale fra le due ineguaglianze; avvegnach ci sarebbe dimandare in altri termini, se quelli che comandano vagliano necessariamente pi di quelli ch'obbediscono, e se la forza del corpo, o dello spirito, la saviezza, o la virt si trovino sempre nei medesimi individui in proporzione della potenza, o della ricchezza: questione sarebbe questa buona forse da esser trattata da schiavi ascoltati da' loro padroni; ma che non conviene ad uomini liberi e ragionevoli, i quali cercano la verit.
Di che si tratta adunque precisamente in questo discorso? Di marcare, nel progresso delle cose, il momento in cui il dritto succedendo alla violenza, la natura fu sottomessa alla legge: di spiegare per qual concatenamento di prodigi il forte pot risolversi a servir il debole, ed il popolo a comperare un riposo ideale al prezzo di una reale felicit.
I filosofi che hanno esaminato i fondamenti della societ, hanno tutti sentita la necessit di rimontare fino allo stato di natura; ma veruno d'essi non vi  giunto. Gli uni non hanno bilanciato di supporre all'uomo, in tale stato, la nozione del giusto e dell'ingiusto, senza curarsi di mostrare s'egli dovesse aver questa nozione, e neppure se utile gli fosse: altri hanno parlato del diritto naturale che ciascuno ha di conservare ci che gli appartiene, senza spiegare ci ch'essi intendessero per appartenere: altri dando da principio al pi forte l'autorit sopra il pi debole, fecero subito nascere il governo, senza pensare al tempo che dov essere scorso primach il senso delle parole autorit e governo potesse esistere fra gli uomini: infine tutti parlando sempre di bisogno, d'avidit, d'oppressione, di desiderio, e d'orgoglio, hanne trasportato nello stato di natura delle idee che essi aveano prese nella societ; parlavan eglino dell'uom selvaggio, e dipingevano l'uomo civile. Nella maggior parte de nostri non  caduto nemmen in pensiero di sospettare, se lo stato di natura abbia giammai esistito, essendo evidente per la lettura de' sacri libri che avendo il primo uomo ricevuto immediatamente da Dio dei lumi e dei precetti, neppure egli stesso fosse in questo stato: e che prestando agli scritti di Mos quella fede che gli deve ogni filosofo cristiano, bisogna negare che nemmen pria del diluvio si sieno giammai trovati gli uomini nello stato di natura, quando qualche straordinario avvenimento non li avesse fatti ricadere: paradosso molto imbrogliato a difendersi, ed affatto impossibile a provarsi.
Cominciam dunque dal por a parte tutti i fatti, non avendo essi che fare colla questione. Non convien prender le ricerche nelle quali si pu entrare su questo soggetto per verit istoriche, ma soltanto per ipotetici ragionamenti e condizionali, pi adattati a chiarire la natura delle cose, che a mostrarne la vera origine, simili appunto a quelli che fanno ogni giorno i nostri fisici sulla formazione del mondo. La religione ci ordina di credere, che Dio egli medesimo avendo tratto gli uomini dallo stato di natura, eglino sono ineguali perch egli ha voluto che lo fossero; ma essa non ci proibisce di formar delle congetture tratte dalla sola natura dell'uomo e degli enti che lo circondano, su ci che avrebbe potuto divenire il genere umano se fosse rimasto abbandonato a lui medesimo. Ecco ci che mi si dimanda, e ci ch'io mi propongo di esaminare in questo discorso. Interessando il mio soggetto l'uomo in generale, procurer di prendere un linguaggio che convenga a tutte le nazioni; o piuttosto scordando i tempi e i luoghi per non pensare che agli uomini a' quali parlo, io mi supporr nel Liceo d'Atene, ripetendo le lezioni de' miei maestri, avendo i Platoni ed i Xenocrati per giudici, ed il genere umano per uditore.
O uomo, di qualunque contrada che tu ti sia, qualunque sieno le tue opinioni, ascolta; ecco la tua storia, tal quale ho creduto leggerla , non gi ne' libri de' tuoi simili, i quali son mentitori; ma nella, natura che mai mentisce. Tutto ci che vi sar d' essa, sar vero; n vi sar di falso che ci ch'io vi avr mescolato di mio senza volerlo. I tempi di cui io son per parlare, sono ben lontani: quanto tu hai cambiato da quello che eri! Ella , per cos dire, la vita della tua specie che son per descriverti dietro alle qualit che tu hai ricevute, che la tua educazione e le tue abitudini hanno potuto bens corrompere, ma non gi distruggere. C', lo sento, un'et in cui l'uomo individuale vorrebbe fermarsi: tu cercherai l'et in cui bramresti che la tua specie si fosse fermata. Malcontento dello stato tuo presente, per ragioni ch'annunziano alla tua infelice posterit maggiori disgusti ancora, forse tu vorresti poter ritrocedere: e questo tuo sentimento deve far l'elogio de' tuoi primi avoli, la critica de' tuoi contemporanei, e lo spavento di quelli ch'avranno la sventura di viver dopo di te.
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DISCORSO.
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PARTE PRIMA..
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Per quanto importante sia, per ben giudicare dello stato naturale dell'uomo, il considerarlo dalla sua origine, e l'esaminarlo, per cos dire, nel primo embrione della specie, io non seguir gi la di lui organizzazione a traverso i suoi successivi sviluppi, n mi fermer a ricercare nel sistema animale ci ch'ei poteva essere al principio, per diventare alfine ci ch'egli  adesso: nemmeno esaminer se, come pensa Aristotile, le sue unghie allungate fossero nel principio adunche grinfe, se fosse peluto come un orso, e se camminando a quattro piedi(1) co' suoi sguardi diretti verso la terra e ristretti ad un orizzonte di alcuni passi indicassero nello stesso tempo il carattere ed i limiti delle sue idee. Su tale soggetto non potrei formare che congetture vaghe e quasi immaginarie. L'anatomia paragonata non ha fatto finora che pochi progressi; e le osservazioni de' naturalisti sono ancora troppo incerte per potere stabilire sovra simili fondamenti la base d'un solido ragionamento: quindi senza ricorrere alle sovrannaturali cognizioni che abbiamo su questo punto, e senza aver riguardo ai cambiamenti che han dovuto sopravvenire nella conformazione tanto interna quanto esterna dell'uomo, a misura ch'egli applicava i suoi membri a nuovi usi, e che si nutriva di nuovi alimenti, io lo supporr conformato in tutti i tempi come lo veggo al d d'oggi, camminando a due piedi, servendosi delle sue mani, come noi facciam delle nostre', portando i suoi sguardi su tutta la natura, e misurando cogli occhi la vasta estensione del cielo.
Spogliando quest'ente cos costituito di tutti i doni soprannaturali ch'egli ha potuto ricevere, e di tutte le facolt artificiali che non ha potuto acquistare che per lunghi progressi, considerandolo, in una parola, tal quale ha dovuto uscire dalle mani della natura, io veggo un animale men forte che gli uni, men agile che gli altri, ma iltutto preso, pi vantaggiosamente organizzato di tutti; lo veggo satollarsi sotto una quercia, dissetarsi al primo ruscello, trovando il suo letto sotto lo stesso arbore che gli di il suo pasto, ed ecco soddisfatti i suoi bisogni.
La terra abbandonata alla sua naturale fertilit(2), e coperta d'immense foreste che la scure non tronc giammai, offre ad ogni passo magazzini e ritirate ad ogni sorta d'animali. Gli uomini dispersi fra essi, osservano, imitano la loro industria, e s'inalzano cos fino all'istinto delle bestie, con questo vantaggio, che cadauna specie non ha che il suo proprio, e che l'uomo non avendone forse alcuno che gli appartenga, se li appropria tutti; si nutre egualmente degli alimenti diversi(3) ch gli altri animali si dividono, e trova per conseguenza la sua sussistenza pi facilmente che non pu farlo alcuno di essi.
Avvezzati fin dall'infanzia all'intemperie dell'aria ed al rigor delle stagioni; esercitati alla fatica, e sforzati di difendere nudi e senz'armi la propria vita e la loro preda dall'altre bestie feroci, o di scappar da esse colla corsa, gli uomini si formano un temperamento robusto e quasi inalterabile. I fanciulli portando con essi al mondo l'eccellente costituzione dei loro padri, e fortificandola coi medesimi esercizj che l'hanno prodotta, acquistano in tale guisa tutto quel vigore di cui  capace l'umana specie. La natura fa precisamente con essi ci che faceva fa legge di Sparta coi funciulli de' cittadini: ella rende forti e robusti quei che sono ben costituiti, e fa perire tutti gli altri: differente in ci dalle nostr societ, ove lo stato rendendo i fanciulli gravosi ai padri, li uccide indistintamente avanti la loro nascita.
Il corpo dell'uomo selvaggio essendo il solo strumento ch'egli conosca, ei lo impiega a diversi usi, di cui per difetto di esercizio i nostri sono incapaci, e la nostra industria  quella che ci leva la forza e l'agilit che la necessit lo obbliga di acquistare. Se avesse una scure, squarcerebbe egli col suo braccio rami s forti? Se avesse una fromba, lancerebbe egli colla mano con tant'impeto una pietra? Se avesse una scala, s'arrampicherebbe egli s leggermente sopra un arbore? e se avesse avuto un cavallo, sarebbe egli cos snello alla corsa? Lasciate all'uomo incivilito il tempo di unire attorno di se le sue macchine, non si pu dubitare che non superi facilmente l'uomo selvaggio; ma se volete vedere un combattimento pi ineguale ancora, metteteli nudi e disarmati l'uno in faccia all'altro, e riconoscerete ben presto qual sia l'avvantaggio d'aver sempre le sue forze a sua disposizione, d'esser sempre pronto ad ogni avvenimento; e di portarsi, per cos dire, sempre intero con se medesimo(4).
Hobbes pretende che l'uomo sia naturalte intrepido, e che non cerchi che ad attaccare e combattere. Un illustre filosofo pensa all'opposto, e Cumberland e Puffendorfio assicurano altres, che nessun altro  tanto timido, quanto l'uomo nello stato di natura, e ch'egli  sempre tremante e pronto a fuggire al menomo strepito che lo colpisca, al menomo movimento che veda. Ci pu essere che divenga per que' tali oggetti che non conosce, ed io non dubito che non resti spaventato da tutti i nuovi spettacoli che se gli presentano, ogni qual volta non pu distinguere il bene ed il male fisico che ne deve aspettare, n pu paragonare le sue forze coi pericoli che sta per incontrare; rare circostanze per nello stato di natura, ove tutte le cose sen vanno d'una maniera s uniforme, e dove la faccia della terra non  soggetta a quegli improvvisi cambiamenti e continui che vi cagionano le passioni e l'incostanza dei popoli riuniti. Ma l'uomo selvaggio vivendo disperso fra gli animali, e trovandosi di buon'ora nel caso di misurarsi con essi, ne fa ben presto il paragone; e sentendo ch'egli li supera pi in destrezza, ch'essi non lo superano in forza, impara a non pi temerli. Mettete un orso, o un lupo alle prese con un uomo selvaggio robusto, agile, coraggioso, come essi son tutti, armato di pietre e di un buon bastone, e voi vedrete che al pi sar reciproco il periglio; e che dopo molte simili esperienze, le bestie feroci che non hanno piacere d'attaccarsi l'una coll'altra, lo faranno men volentieri coll'uomo che hanno trovato essere altrettanto feroce che esse. Per riguardo poi a quegli animali che hanno realmente pi forza ch'egli non ha destrezza, egli non  in faccia ad essi nello stesso caso delle altre spezie pi deboli, le quali non pertanto lasciano di sussistere, con questo avvantaggio per l'uomo, che essendo non meno disposto ch'essi alla corsa, e trovando sugli alberi un refugio quasi sicuro, sta a lui in tutti gli incontri il prender ed il lasciare, e la scelta della fuga o del combattimento. Aggiugniamo che non apparisce ch'animal veruno faccia naturalmente la guerra all'uomo, fuori del caso di sua propria difesa, o di un'estrema fame, n dimostra contro di lui quelle violenti antipatie che sembrano annunziare che una specie  destinata dalla natura a servite di pastura all'altra.
Gli altri inimici pi formidabili, e di cui l'uomo non ha gli stessi mezzi per difendersi, sono le infermit naturali, l'infanzia, la vecchiezza, e le malattie d'ogni spezie, tristi segni di nostra debolezza, di cui li due primi sono comuni a tutti gli animali, e di cui l'ultimo appartiene principalmente all'uomo vivente in societ. Osservo parimenti circa all'infanzia che la madre portando per ogni dove il sue fanciullo con essa , ha una maggior facilit di nutrirlo, che non hanno le femmine di molti animali le quali sono costrette d'andare continuamente innanzi e indietro con molta fatica da una parte per procacciar l'alimento, e dall'altra per allattare o nutrire i loro parti. Egli  vero che se la femmina perisce, corre un gran rischio di perire il fanciullo con essa; ma questo pericolo  comune a cento altre specie, i di cui parti per lungo tempo non sono in istato d'andarsi a cercare da per se stesse il loro nutrimento; e se l'infanzia  pi lunga fra noi, la vita essendo altres pi lunga, tutto  ancora allo incirca eguale in questo punto(5), abbench ci sieno sovra la durata della prima et, e sovra il numero de' fanciulli(6) altre regole che non sono del mio soggetto. Appresso i vecchi, i quali operano e traspirano poco, il bisogno degli alimenti si diminuisce colla facolt di provvederli; e siccome la vita selvaggia allontana da essi la gotta e le flussioni, e che la vecchiezza  di tutti i mali quello che i soccorsi umani possono il men sollevare, essi si annichilano alla fine senza accorgersi che cessano d'essere, e senza che neppure essi stessi se ne accorgano.
Riguardo alle malattie io non ripeter le vane e false declamazioni che fanno contro la medicina la maggior parte delle persone che sono in salute; ma dimander se c' qualche solida osservazione da cui concluder si possa, che ne' paesi ove quest'arte  pi negletta, la mezzana vita dell'uomo sia pi corta che in quella ov'essa  coltivata con maggior cura; e come mai ci potrebbe essere se noi ci diamo pi mali di quello che la medicina ci possa fornir rimedj; l'ineguaglianza estrema nella maniera del vivere, l'eccesso dell'ozio negli uni, l'eccessivo travaglio negli altri, la facilit di irritare, e di soddisfare i nostri appetiti e la nostra sensualit, gli alimenti troppo ricercati ne' ricchi che li nutriscono di calidi succhi, e li opprimono d'indigestioni, la cattiva nutritura de' poveri a cui talvolta questa pur manca, e la di cui mancanza fa che nelle occasioni si carichino avidamente lo stomaco; le vigilie, gli eccessi d'ogni specie, gli immoderati trasporti di tutte le passioni, le fatiche, fa dissipazione dello spirito, le noie, e le pene senza numero che si provano in tutti gli stati, e da cui sono perpetuamente consumate le anime; ecco i funesti garanti che la pi parte dei nostri mali sono di nostra propria opera, e che noi li avressimo quasi tutti evitati, se conservata avessimo la maniera di vivere semplice, uniforme, e solitaria, che ci era stata prescritta dalla natura. Se essa ci ha destinato ad esser sani, ardisco quasi di assicurare, che lo stato di riflessione  uno stato contro natura, e che l'uomo che medita  un animal depravato. Quando si pensa alla buona costituzione de' selvaggi, almeno di quelli che non abbiam rovinato co' nostri liquori forti; quando si sa che non conoscon eglino altre malattie che le ferite e la vecchiezza, si sta per credere che facilmente si potrebbe fare la storia delle umane malattie, seguitando quelle delle civili societ. Questa almeno  l'opinion di Platone, il quale giudica su certi rimedi impiegati, o approvati da Podaliro, o Macaone all'assedio di Troia, che diverse malattie che questi rimedi doveano eccitare, non erano per anco in allora conosciute fra gli uomini.
Con s piccola sorgente di mali, l'uomo nello stato di natura non ha dunque bisogno di rimedi, meno ancora di medici: la specie umana a questo riguardo non  in nulla a peggior condizione di tutte le altre specie; egli  facile di sapere dai cacciatori se nelle loro corse trovino molti animali infermi. Ne ritrovano molti che hanno ricevuto delle considerabili ferite; benissimo cicatrizzate, che hanno avuto ossa e membra rotte, ed accomodate senz'altro chirurgo che il tempo, senz'altra regola che la vita ordinaria; e che sono rimasti perfettamente guariti ci non ostante senza esser stati tormentati da tagli, avvelenati da droghe, ed estenuati da digiuni. Infine per quanto utile possa esser fra noi la bene amministrata medicina, egli  sempre certo che se il selvaggio ammalato abbandonato a se stesso non ha da sperare che dalla natura, in concambio ei non ha da temere che dal suo male; ci che rende sovente preferibile la sua situazione alla nostra.
Guardiamci dunque dal confondere l'uomo selvaggio cogli uomini che abbiamo sotto gli occhi. La natura tratta tutti gl'animali abbandonati alle sue cure con una predilezione che sembra mostrare quanto ella  gelosa di questo diritto. Il cavallo, il gatto, il toro, l'asino istesso, hanno la pi parte una statura pi alta, tutti una costituzione pi robusta, maggior vigore, forza e coraggio nelle foreste che nelle nostre case; essi perdono la met di questi vantaggi nel diventar domestici, e si direbbe che tutte le nostre attenzioni a ben trattare e nutrire questi animali non tendono che ad imbastardirli. Egli  cos dell'uomo stesso: divenendo egli sociabile e schiavo, diventa debole, timoroso, vile, e la sua maniera di vivere molle ed effeminata finisce di snervare insieme la sua forza ed il suo coraggio. Aggiugniamo che fra le condizioni selvaggia e domestica la differenza d'uomo a uomo deve essere maggiore di quella da bestia a bestia; imperciocch l'animale e l'uomo essendo stati dalla natura egualmente trattati, tutte le comodit che si d l'uomo a se medesimo di pi di quelle che d agli animali ch'egli addomestica, sono altrettante cause particolari che lo fanno pi sensibilmente degenerare.
Non  dunque una s gran disgrazia a questi primi uomini, n molto meno un s grande ostacolo alla loro conservazione, la nudit, il difetto d'abitazione e la privazione di tutte queste inutilit che noi crediamo s necessarie. Se non sono peluti, non ne hanno alcun bisogno ne' paesi caldi; e ne' paesi freddi sanno ben tosto appropriarsi le pelli di quegli animali che hanno vinti; se non hanno che due piedi per correre, hanno per due braccia con cui provvedere alla loro difesa ed a' loro bisogni. I loro figliuoli camminano, pu essere, tardi e con pena, ma le madri li portano con facilit: vantaggio che manca alle altre specie ove la madre essendo inseguita, si vede costretta d'abbandonare i suoi figli, o di regolare il suo coi loro passi. Alla fine lasciando di supporre que' concorsi singolari e fortuiti di circostanze, di cui parler in seguito, e che potean benissimo non arrivar giammai, egli  chiaro, in ogni stato di causa, che il primo che si fece degli abiti, o un'abitazione, si diede con ci delle cose poco necessarie, poich fin allora avea fatto di meno; e non si vede perch non abbia potuto soffrire, uomo fatto, un genere di vita che avea sofferto dalla sua fanciullezza.
Solo, ozioso, e sempre vicin al pericolo, all'uomo selvaggio deve piacere il dormire, ed avere il sonno leggero come gli animali, i quali pensando poco, dormono, per cos dire, tutto il tempo che non pensano. La sua unica cura essendo quasi quella sola della sua propria conservazione, le sue facolt le pi esercitate debbono esser quelle che hanno per oggetto principale l'attacco e la difesa; sia per soggiogare la preda, sia per garantir se stesso dall'esser quella di un altro animale: al contrario gli organi che non si perfezionano che dalla morbidezza e dalla sensualit, debbono rimanere in uno stato grossolano, il quale esclude in lui ogni sorta di delicatezza; e i di lui sensi su questo punto trovandosi divisi, avr egli il tatto ed il gusto d'un'estrema ruvidezza: la vista, l'udito, e l'odorato al maggior segno sottili. Tale  lo stato animalesco in generale; ed  altres, secondo le riferte de' viaggiatori, quello della maggior parte degli uomini selvaggi. Non conviene stupirsi perci se gli Ottentotti del Capo di buona Speranza scoprano colla semplice vista i vascelli in alto mare tanto lontano, quanto gli Olandesi con il canocchiale, n che i selvaggi dell'America conoscessero gli Spagnuoli all'odore sulle tracce de' piedi, come avrebbero potuto fare i migliori cani; n che tutte queste nazioni barbare sopportino senza pena la loro nudit, aguzzino il loro gusto a forza di peverone, e bevino i liquori Europei come l'acqua.
Io non ho considerato fin qui che l'uomo fisico, procuriam di riguardarlo adesso dalla parte metafisica e morale.
Io non veggo in ogni animale se non che una ingegnosa macchina, a cui la natura ha dati de' sensi per rimontarsi essa medesima, e per garantirsi, fino ad un certo punto, di tutto ci che tende a distruggerla e a disordinarla. Ravviso precisamente le medesime cose nella macchina umana, con questa differenza, che la sola natura fa tutto nelle operazioni della bestia, in vece che l'uomo concorre alle sue in qualit di libero agente. L'uno sceglie o rigetta per istinto, e l'altro per un atto di libert; loch fa che la bestia non pu allontanarsi dalla regola che gli  prescritta, neppur quando gli sarebbe vantaggioso di farlo, e che l'uomo s'allontana sovente a suo pregiudizio; in questa maniera un colombo morrebbe di fame vicino ad un bacino ripieno delle migliori vivande, ed un gatto morrebbe sopra un ammasso di frutti o grani, bench l'uno e l'altro potrebbero benissimo nutrirsi dell'alimento che sdegnano se avessero pensato di farne la prova. In questa guisa gli uomini dissoluti si abbandonano a degli eccessi che loro producono la febbre e la morte; perch lo spirito corrompe i sensi, e la volont parla quando ancora la natura tace.
Ogni animale ha delle idee, poich egli ha de' sensi, egli combina pure le sue idee fino ad un certo segno; e l'uomo non  differente in ci dalla bestia che dal pi al meno. Anzi alcuni filosofi hanno avanzato, esser una maggior differenza di tale uomo a tale uomo, che di tale uomo a tale bestia: non  dunque tanto l'intendimento che fa fra gli animali la distinzione specifica dell'uomo, quanto la sua qualit di libero agente! La natura comanda ad ogni animale, e la bestia ubbidisce. L'uomo prova la stessa impressione, ma egli si riconosce libero per secondarla, o per resistere; ed  sovra tutto nella coscienza di questa libert, che si mostra la spiritualit della sua anima: avvegnach la fisica spiega in qualche maniera il meccanismo de' sensi e la formazione delle idee; ma nella potenza di volere, o piuttosto di scegliere, e nel sentimento di questa potenza non si trovano che atti puramente spirituali, quali spiegar non si possono colle leggi della meccanica.
Ma quand'anche le difficolt che circondano tutte queste questioni, lasciassero qualche luogo a disputare su questa differenza dell'uomo e dell'animale, c' un'altra qualit molto specifica che li distingue, e su cui non vi possono esser contese, questa  la facolt di perfezionarsi; facolt che coll'aiuto delle circostanze, sviluppa successivamente tutte le altre, e risiede fra noi tanto nella specie, quanto nell'individuo: in vece che un animale  alla fine di alcuni mesi, ci ch'egli sar tutta la sua vita, e la sua specie alla fine di mille anni, ci ch'essa era il primo di questi mille anni. Perch l'uomo solo  egli soggetto a divenir imbecille? non  egli forse perch ritorna cos nel suo primo stato, e frattanto che la bestia che non ha nulla acquistato, e che non ha nemmen nulla a perdere, resta sempre con il suo instinto, l'uomo riperdendo, per mezzo della vecchiezza o d'altri accidenti, tuttoci che la sua perfezionabilit gli aveva fatto acquistare, ricade in tal guisa pi basso che la bestia medesima? Sarebbe una cattiva cosa l'essere sforzati di convenire che appunto questa facolt distintiva e quasi illimitata  la sorgente di tutte le disgrazie dell'uomo; che essa  quella che lo trae a forza di tempo da quella originaria condizione, in cui passerebbe i giorni tranquilli e innocenti; che essa  quella, la quale facendo nascere con i secoli i di lui lumi e i di lui errori, i suoi vizj e le sue virt, lo rende a lungo andare il tiranno di se stesso e della natura(7). Sarebbe spaventevol cosa l'essere obbligati di lodar come un ente benefattore colui che il primo sugger agli abitatori delle rive dell'Orenaco(a) l'uso di quelle tavole che applicano sulle tempie de' loro fanciulli, a' quali assicurano, per tal mezzo, almeno una parte della loro imbecillit, e della loro originale felicit.
L'uom selvaggio abbandonato dalla natura al solo instinto, o piuttosto compensato forse di quello che gli manca con delle facolt, capaci di supplirci da principio, e d'innalzarlo in seguito molto al disopra di quello, comincer dunque dalle funzioni puramente animalesche(8). Vedere e sentire sar il suo primo stato, il quale gli sar comune con tutti gli altri animali. Volere e non volere, desiderare e temere, saranno le prime e quasi le sole operazioni della sua anima, finoch nuove circostanze vi cagionino novelli sviluppi.
Checch ne dicano i moralisti, l'umano intendimento  molto debitore alle passioni, le quali di un comune assenso gli debbono molto altres. Per l'attivit delle passioni si perfeziona la nostra ragione: noi non cerchiamo a conoscere, se non perch desideriamo di godere; poich non  possibile di concepire, come mai quello il quale non avesse n desiderj, n timori si dasse la pena di ragionare. Le passioni dalla lor parte traggono la loro origine da' nostri bisogni, ed il loro progresso dalle nostre cognizioni: imperciocch non si pu desiderare o temere le cose che sulle idee che se ne pu avere, o sulla semplice impulsione, della natura. E l'uomo selvaggio , privo d'ogni sorta di lumi, non prova che le passioni di quest'ultima spezie; i suoi desiderj non oltrepassano i suoi fisici bisogni(9): i soli beni ch'egli conosca nell'universo, sono il cibo, una femmina, ed il riposo; i soli mali ch'ei teme, sono il dolore e la fame: io dico il dolore, e non la morte; poich l'animale non sapr giammai ciocch sia il morire: e la cognizione della morte e de' suoi terrori,  uno de' primi acquisti che l'uomo ha fatti nell'allontanarsi dalla animalesca condizione.
Mi sarebbe facile, se ci mi fosse necessario, l'avvalorare questo sentimento coi fatti, e di far vedere che appresso tutte le nazioni del mondo, i progressi dello spirito si sono precisamente proporzionati ai bisogni che i popoli avevano ricevuti dalla natura, oppure a quelli a cui le circostanze li avevano assoggettati, e per conseguenza alle passioni che li portavano a provedere a questi bisogni. Mostrerei in Egitto le arti nascenti, e dilatantisi colle inondazioni del nilo; seguirei i loro progressi appo i Greci, ove si videro germogliare, crescere, ed innalzarsi fino ai cieli fra la sabbia e i scogli dell'Attica, senzach potessero prender radice sulle fertili sponde dell'Eurota; rimarcherei che in generale i popoli del Nord sono pi industriosi che quelli del Mezzogiorno, perch non possono far a meno di non esserlo; come se la natura volesse in tal guisa uguagliare le cose, dando agli spiriti la fertilit ch'essa rifiuta alla terra.
Ma senza ricorrere agl'incerti testimonj della storia, chi non vede che tutto sembra allontanare dall'uomo selvaggio la tentazione e i mezzi per cessar di esserlo? nulla gli dipinge la sua immaginazione; nulla gli domanda il suo cuore. Trova facilmente con che soddisfare i suoi modici bisogni, ed  s lontano dal grado di una necessaria cognizione per desiderar d'acquistarne de' pi grandi, ch'egli non pu avere n previdenza, n curiosit. Lo spettacolo della natura gli diventa indifferente a forza di diventargli famigliare. E' sempre lo stesso ordine, vede sempre le medesime rivoluzioni, ed egli non ha lo spirito per stupirsi delle meraviglie le pi grandi; non  gi appresso di lui che convenga cercare la filosofia, di cui l'uomo ha bisogno per saper osservare una volta ci che ha veduto tutti i giorni. La sua anima che nulla lo agita, si abbandona al solo sentimento di sua attuale esistenza, senza alcuna idea dell'avvenire, per quanto vicino che possa essere; ed i suoi progetti, ristretti come le sue mire, si estendono appena fino alla fine del giorno. Tal  ancora al d d'oggi il grado di previdenza del Caraibo: vende egli la mattina il suo letto di cotone, e viene la sera a piangere per riscuoterlo, per difetto di non aver preveduto che ne avrebbe bisogno la notte ventura.
Pi che si medita su questo soggetto, tanto pi s'ingrandisce a' nostri sguardi la distanza delle pure sensazioni alle pi semplici cognizioni; ed  impossibile di concepire come un uomo avesse potuto colle sue sole forze, senza il soccorso della comunicazione, e senza lo stimolo della necessit sormontare con s grande intervallo. Quanti secoli forse saranno scorsi pria che gli uomini sieno stati a portata di veder altro fuoco che quello del cielo! quanti accidenti non gli saranno abbisognati pria d'imparare gli usi i pi comuni di questo elemento! quante volte non lo avranno lasciato essi estinguere prima di aver acquistata l'arte di riprodurlo! E quante volte forse ciascuno di questi secreti non sar egli morto con colui che lo aveva scoperto! Che diremo noi dell'agricoltura, arte che richiede tanto travaglio e tanta previdenza, che ha relazione con altre arti, la quale evidentissimamente non  praticabile che in una societ almeno cominciata, e che non ci serve tanto per trarre dalla terra degli alimenti ch'ella ci fornirebbe senza ci, quanto a sforzarla ad alcune preferenze che sono di nostro maggior gusto? Ma supponiamo che gli uomini avessero talmente moltiplicato, che le produzioni naturali non avessero pi bastato per nutrirli, supposizione che per dirlo di passaggio mostrerebbe un grande vantaggio per la specie umana in questa maniera di vivere; supponiamo che senza fucine e senza artefici, gli strumenti da lavoro fossero caduti dal cielo fra le mani de' selvaggi; che questi uomini avessero vinto l'odio mortale che eglino tutti hanno per il continuo lavoro; che avessero imparato a prevedere i loro futuri bisogni, che avessero indovinato in qual guisa convenga coltivare la terra, seminare i grani, e piantare gli arbori; che avessero trovata l'arte di macinare il formento, e di por l'uva in fermentazione; cose tutte che ha convenuto fargli insegnare dagli dei per non poter concepire come avessero potuto impararle da se medesimi; qual sarebbe dopo ci quell'uomo tanto insensato per tormentarsi alla coltura di un campo che sar spogliato dal primo venuto uomo, o bestia indifferentemente a cui converr questa raccolta? e come alcuno potr risolversi a passare la sua vita in un penoso lavoro, di cui egli  d'altrettanto pi sicuro di non raccogliere il prezzo quanto pi gli sar necessario? In una parola come questa situazione potr ella portar gli uomini a coltivare la terra, fintanto ch'ella non sar divisa fra essi, cio tanto che non sar annichilato lo stato di natura?
Quando noi volessimo supporre un uomo selvaggio altrettanto abile nell'arte di pensare, quanto ce lo fanno i nostri filosofi; quando noi facessimo, a loro esempio, un filosofo esso medesimo, scoprendo egli solo le verit pi sublimi; facendosi col mezzo di astrattissimi ragionamenti, delle massime di giustizia e di ragione tratte dall'amore dell'ordine in generale, o dalla conosciuta verit del suo creatore; in una parola, quando noi gli supponessimo nello spirito tanta intelligenza e tanto lume, quanto egli deve avere, e che se gli trova in effetto di peso e di stupidezza, qual utilit n trarrebbe la specie da tutta questa metafisica che non si potrebbe comunicare, e che perirebbe coll'individuo che l'avesse inventata? Qual progresso potrebbe far il genere umano sparso ne' boschi fra gli animali? E fino a qual punto potrebbero perfezionarsi ed illuminarsi scambievolmente uomini, i quali non avendo n domicilio fisso, n verun bisogno l'uno dell'altro si incontrerebbero forse appena due volte in vita loro, senza conoscersi e senza parlarsi?
Che si pensi di quante idee noi siamo debitori all'uso della parola; quanto la grammatica esercita e facilita le operazioni dello spirito; e che si pensi alle inconcepibili pene, al tempo infinito che ha dovuto costare la prima invenzione delle lingue; che si uniscano queste riflessioni alle precedenti, e si giudicher quante migliaia di secoli sono trascorse per successivamente sviluppare nello spirito umano le operazioni di cui egli era capace.
Che mi sia permesso di considerare uno istante gli imbarazzi dell'origine delle lingue. Potrei contentarmi di citare, o di ripetere qui le ricerche che il sig. abate di Condillac ha fatte su questa materia, le quali tutte confermano il mio sentimento, e che pu essere me n'abbiano data la prima idea, ma la maniera con cui questo filosofo risolve le difficolt ch'egli fa a se stesso sull'origine de' segni instituiti, mostrando ch'egli ha supposto ci ch'io pongo in questione, cio una sorte di societ gi stabilita fra gl'inventori del linguaggio, io credo, che nel riportarmi alle sue riflessioni, debba unirvi le mie, per esporre chiaramente le medesime difficolt che convengono al mio soggetto. La prima che mi si presenta  quella d'immaginare come esse abbiano potuto divenir necessarie; poich non avendo gli uomini veruna corrispondenza fra loro, n alcun bisogno di averne, non si concepisce n la necessit di questa invenzione, n la sua possibilit, s'essa non era indispensabile. Io direi bene, come molti altri, che le lingue sono nate nel commercio domestico dei padri, delle madri, e dei figliuoli: ma oltre che ci punto non risolverebbe le obbiezioni, ci sarebbe commettere il difetto di quelli i quali ragionando sullo stato della natura, vi trasportano le idee prese nella societ, vedendo sempre la famiglia riunita in una medesima abitazione, e guardando i suoi membri fra essi una unione tanto intima e tanto permanente quanto fra noi, ove tanti comuni interessi gli riuniscono; in vece che in questo primitivo stato, non avendo n case, n capanne, n propriet di alcuna sorte, ciascuno si alloggiava all'azzardo, e sovente per una sola notte; i maschi e le femmine si univano secondo l'incontro, l'occasione e il desiderio, senza che la parola fosse un interprete molto necessario delle cose che avevano a dirsi: essi si abbandonavano colla medesima facilit(10). La madre allattava da principio i suoi parti per il suo proprio bisogno; in seguito l'abitudine avendoglieli resi cari, essa li nutrisce poi per il loro bisogno: s tosto ch'essi avevano la forza di cercare il loro nutrimento, essi non tardavano ad abbandonare la loro stessa madre; e come essi non avean quasi altro mezzo di ritrovarsi che quello di non perdersi di vista, essi erano ben presto al punto di riconoscersi l'un l'altro. Rimarcate ancora che il fanciullo avendo a spiegare tutti i suoi bisogni, e per conseguenza pi cose da dire alla madre, che la madre al fanciullo, egli  quello che deve fare le pi grandi spese dell'invenzione, e che il linguaggio ch'egli impiega deve esser in gran parte sua propria opera: ci che moltiplica tanto le lingue, quanto vi sono degl'individui per parlare, al che contribuisce ancora la vita errante, o vagabonda, che non lascia a verun idioma il tempo di prender consistenza; imperciocch il dire che la madre detta al fanciullo le parole di cui dovr servirsi per dimandargli la tale cosa, o la tal altra, questo ben mostra come s'insegnino le lingue gi formate, ma ci non ci fa conoscere come esse si formino.
Supponiamo vinta questa prima difficolt:sorpassiamo per un momento lo spazio immenso che dovette essere fra il puro stato di natura ed il bisogno delle lingue; e cerchiamo, nel supporle necessarie, come(11) esse poterono cominciar a stabilirsi. Nuova difficolt peggior ancora della precedente: poich se gli uomini hanno avuto bisogno della parola per imparar a pensare, essi hanno avuto pi bisogno ancora di saper pensare per trovar l'arte della parola. E quando si comprendesse come i suoni della voce sieno stati presi per interpreti convenzionali delle nostre idee, resterebbe sempre a sapere, quali abbiano potuto essere gli interpreti parimenti di questa convenzione per le idee, le quali non avendo un oggetto sensibile, non potevano indicarsi n col gesto, n colla voce: di maniera che appena si pu formare conghietture soffribili sulla nascita dell'arte di comunicare i suoi pensieri, e di stabilire un commercio fra gli spiriti. Arte sublime, che gi s lungi  dalla sua origine, ma che il filosofo vede ancora a una s prodigiosa distanza di sua perfezione, che non c' uomo abbastanza ardito per assicurare d'arrivarci giammai, quando anco le rivoluzioni che il tempo conduce necessariamente fossero sospese in di lui favore, che li pregiudizi sortissero dalle accademie, o d'innanzi ad esse tacessero, e ch'esse potessero occuparsi di questo spinoso oggetto per interi secoli senza interruzione.
Il primo linguaggio dell'uomo, il linguaggio il pi universale, il pi energico, ed il solo di cui egli avesse bisogno avanti che bisognasse persuader uomini uniti,  il grido della natura. Come questo grido non era strappato che da una sorta d'istinto nelle premurose occasioni per implorar soccorso nei gran pericoli, o ne' mali violenti sollievo, egli non era d'un grand'uso nel corso ordinario della vita, ove regnano sentimenti pi moderati. Quando le idee degli uomini cominciarono ad estendersi e moltiplicarsi, e che fra essi si stabil una comunicazione pi strttta, cercarono segni pi numerosi, e un linguaggio pi esteso: moltiplicarono le inflessioni della voce, e vi unirono i gesti, i quali per lor natura sono pi espressivi, e il di cui senso da una determinazione anteriore meno dipende. Essi esprimevano dunque gli oggetti visibili e mobili per mezzo dei gesti; e quelli che colpiscono l'udito col mezzo d'imitativi suoni: ma come il gesto non indica guari che gli oggetti presenti, o facili a descriversi, e le visibili azioni, ch'egli non  di un'uso universale, poich l'oscurit; o l'interposizione di un corpo lo rende inutile, e ch'egli esige l'attenzione piuttosto ch'eccitarla; si pens infine di sostituirgli le articolazioni della voce, le quali senza aver il medesimo rapporto con certe idee, sono pi proprie a rappresentarle tutte come segni instituiti: sostituzione che non si pu fare che di un comune consentimento, e di una maniera molto difficile a praticarsi da uomini, i di cui organi grossolani non avevano per anco verun esercizio, e pi difficile ancora da concepirsi in essa medesima, poich questo unanime accordo deve esser motivato, e perch la parola stessa sembra esser stata molto necessaria per stabilire l'uso della parola.
Si deve giudicare che le prime parole di cui gli uomini fecer uso ebbero nel loro spirito una significazione molto pi estesa di quelle che s'impiegano nelle lingue gi formate: e ch'ignorando la divisione del discorso nelle sue parti constitutive, eglino diedero subito a ciascuna parola il senso d' una intera proposizione. Quando cominciarono a distinguere il soggetto dall'attributo, ed il verbo dal nome, ci che non fu un mediocre sforzo di talento, li sostantivi non furono nel principio che altrettanti nomi propri, l'infinito fu il solo tempo de verbi: e riguardo agli addiettivi, la nozione non dov svilupparsi che molto difficilmente, perch ogni addiettivo  una parola astratta, e le astrazioni sono operazioni penose e poco naturali. Ciascun oggetto ricev dapprincipio un nome particolare, senza riguardo ai generi, ed alle specie, che questi primi institutori non erano in istato di distinguere; e tutti gli individui si presentarono isolati al loro spirito, come lo sono nel quadro della natura. Se una quercia si chiamava A, un altra quercia si chiamava B: di maniera ch quanto pi eran ristrette le cognizioni, tanto pi diveniva esteso il dizionario. L'imbarazzo di tutta questa nomenclatura non pot esser facilmente levato; avvegnach per ordinare gli enti sotto comuni e generiche denominazioni, bisognava conoscere le propriet e le differenze: occorrevano delle osservazioni e delle definizioni, cio a dire, dell'istoria naturale e della metafisica, molto pi di quanto ne potessero avere gli uomini di quel tempo.
Dall'altra parte le idee generali non possono introdursi nello spirito che coll'aiuto delle parole, e non le concepisce l'intendimento che per mezzo di proposizioni. Questa  una delle ragioni per la quale gli animali non potrebbero formarsi tali idee, n giammai acquistare la perfezionabilit, che da queste idee dipende. Quando una scimia passa senza esitare da una noce all'altra, si pensa forse ch'essa abbia l'idea generale di questa sorte di frutto, e ch'essa paragoni il suo archetipo a questi due individui? n senza dubbio; ma la vista d'una di queste noci richiama alla sua memoria le sensazioni che ha ricevute dall'altra, e li suoi occhi modificati di una certa maniera anunziano al suo gusto la modificazione che sta per ricevere. Ogni idea generale  puramente intellettuale; per poco che se ne impacci la fantasia, l'idea divien ben tosto particolare. Procurate di delinearvi l'immagine d'un arbore in generale, voi non ci verrete giammai al fine; vostro malgrado vi converr vederlo piccolo o grande, raro o folto, di color chiaro o bruno: e se dipendesse da voi di non vederci che ci che si vede in ogn'albero, codesta immagine non somiglierebbe pi ad un albero. Gli enti, puramente astratti in tal guisa si vedono, oppure non si concepiscono che dal discorso. La sola definizione del triangolo venne dalla vera idea: appena che voi ve ne figurate uno nel vostro spirito, egli  un tal triangolo, e non gi un altro, e voi non potete evitare di rendere sensibili le linee, o colorito il piano. Bisogna dunque enunziare delle proposizioni, bisogna dunque parlare per aver delle idee generali; imperciocch tosto che l'immaginazione si ferma, pi non cammina lo spirito che coll'aiuto del discorso. Se dunque i primi inventori non hanno potuto dar nomi se non che a quelle idee ch'essi gi avevano, ne segue che i primi sostantivi non hanno potuto essere che nomi propri.
Ma allorch i nostri grammatici, per via di que' mezzi ch'io non concepisco, cominciarono a estendere le loro idee e a generalizzare le loro prole, l'ignoranza degli inventori, dov assoggettare questo metodo a confini molto ristretti, e come essi avevano nel principio troppo moltiplicati i nomi degli individui, per difetto di conoscere i generi e le specie, fecero in seguito troppo poco di specie e di generi, per mancanza di non aver considerato gli enti in tutte le loro differenze. Per spinger pi oltre le divisioni conveniva loro maggior esperienza e cognizione di quella che potessero avere, e maggiori ricerche e fatiche di quelle ch'essi volevano impiegare. Ora siccome al d d'oggi si scoprono ogni giorno novelle specie ch'erano fin qui scappate alle nostre osservazioni, che si pensi quante ne dovettero sfuggire a uomini che non giudicavano delle cose che al primo aspetto. Quanto alle primitive classi, ed alle pi generali nozioni, egli  superfluo di aggiugnere, ch'esse dovettero pure sfuggir loro: per esempio, come avrebbero essi potuto immaginarsi, o intendere le parole di materia, spirito, sostanza, modo, figura, moto, posciacch i nostri filosofi, i quali se ne servono dopo s lungo tempo hanno della gran difficolt per intenderli; ed essendo le idee che si attaccano a queste parole, puramente metafisiche, eglino non ne trovavano alcun modello nella natura.
Mi fermo a questi primi passi, e supplico i miei giudici di sospender quivi la lettura, per considerare, su l'invenzione dei soli sostantivi fisici, cio a dire, su la parte della lingua la pi facile a trovarsi, il cammino che loro resta a fare per esprimere tutti i pensieri degli uomini, per prender una forma costante onde poter essere parlata in pubblico, e influir sulla societ: io li supplico di riflettere a quanto vi abbia convenuto di tempo e di cognizioni per trovare i numeri,(12) le parole astratte, gli aoristi (tempi indefiniti) e tutti i tempi dei verbi, le particole, la sintassi, legar le proposizioni, li ragionamenti, e formare tutta la logica del discorso. Quanto a me, spaventato dalle difficolt che si moltiplicano, e convinto dell'impossibilit quasi dimostrata che le lingue abbino potuto nascere e stabilirsi da mezzi puramente umani, io lascio a chi vorr intraprendere la discussione di questo difficile problema: Qual sia stato pi necessario, o la societ gi legata all'instituzion delle lingue, o le lingue gi inventate all'instituzion della societ?
Checch ne sia di queste origini, si vede almeno la poca cura che si ha preso la natura per avvicinare gli uomini con mutui bisogni, e di facilitar loro l'uso della parola, quanto ella abbia potuto preparare la loro sociabilit, e quanto ella abbia potuto porvi del suo in tutto ci ch'essi hanno fatto per stabilirne i legami. In fatti, egli  impossibile d'immaginarsi perch, in questo primitivo stato, un uomo avesse piuttosto bisogno di un altro uomo, che una scimia o un lupo del suo simile: n supposto questo bisogno, qual motivo potesse impegnar l'altro a provederci; neppure in quest'ultimo caso, come potessero convenire fra loro delle condizioni. So che ci viene continuamente ripetuto che nulla pi sarebbe stato tanto miserabile, quanto l'uomo in un tale stato: e s'egli  vero, come io credo di averlo provato, che se non dopo molti secoli egli abbia potuto avere il desiderio e l'occasione di sortirne, questo sarebbe un processo da fare alla natura, e non a quello ch'essa avesse talmente constituito. Ma se io bene intendo questo termine di miserabile, questa  una parola che non ha verun senso, o che non significa che una dolorosa privazione, ed il patimento del corpo, o dell'anima: or io vorrei che mi si spiegasse qual pu essere il genere di miseria di un ente libero, il di cui cuore  in pace, ed in salute il corpo. Io domando, se la vita civile o naturale,  la pi soggetta a divenir insoffribile a quelli che ne godono? Noi non vediamo quasi attorno di noi, che persone le quali si lagnano della loro esistenza; molti pure che se ne privano, per quanto  in loro potere: e la riunione delle leggi divine e umane, basta appena per fermar questo disordine. Io domando se giammai s'abbia sentito dire che un selvaggio in libert abbia solamente pensato a lagnarsi della vita e a darsi la morte. Che si giudichi dunque con meno orgoglio da qual parte sia la vera miseria. Nulla al contrario sarebbe stato pi miserabile quanto l'uomo selvaggio abbagliato da cognizioni, da passioni tormentato; e ragionando sovra uno stato dal suo differente. Ci fu per disposizione di una savissima provvidenza, che le facolt ch'egli aveva in potere non dovessero svilupparsi che colle occasioni di esercitarle, affinch non gli fossero n superflue e a carico inanzi il tempo, n tardive ed inutili al bisogno. Egli aveva nello istinto tuttoci che gli bisognava per vivere nello stato di natura, egli non ha in una coltivata ragione che ci che gli bisogna per vivere in societ.
Si vede subito che gli uomini in questo stato non avendo fra essi veruna sorte di morale relazione, n di conosciuti doveri, non potevano essere n buoni n cattivi e non avevano n vizj n virt, quando non si volesse prendere queste parole in un senso fisico: si chiamano vizi nell'individuo le qualit che possono nuocere alla sua propria conservazione, e virt quelle che possono contribuirci; nel qual caso converrebbe chiamar pi virtuoso quello che meno resisterebbe alle semplici impulsioni della natura. Ma senza allontanarci dal senso ordinario, egli  a proposito di sospendere il giudizio che potressimo portare su una tal situazione, e di non fidarci de' nostri pregiudizi, finoch colla bilancia alla mano, non s'abbia esaminato se vi sieno pi virt che vizi fra gli uomini inciviliti, o se le loro virt sieno pi vantaggiose di quanto sieno funesti i loro vizi, o se il progresso delle loro cognizioni sia un'adequata compensazione dei mali che si fanno vicendevolmente a misura che s'instruiscono del bene che dovrebbero farsi, o per abbracciar tutto, se non sarebbero in una pi felice situazione di non aver a temer il male, n a sperar il bene da chicchesia, di quello sia l'essersi sottomessi ad una universale dipendenza d'obbligarsi a ricever tutto da quelli, i quali non si sono obbligati di dar loro nulla.
Guardiamci sovra tutto dal concluder con Hobbes, che l'uomo sia naturalmente cattivo, perch non ha idea della bont, che sia vizioso, perch non conosce la virt, che ricusi sempre a' suoi simili i servigi che non gli crede dovuti, n che in virt del diritto che con ragione si attribuisce alle cose di cui ha bisogno, egli pazzamente s'immagini d'essere il solo proprietario dell'universo. Hobbes ha benissimo veduto il difetto di tutte le definizioni moderne del diritto naturale: ma le conseguenze ch'egli tira dalla sua mostrano ch'egli la prende in un senso che non  meno falso. Ragionando su i principi ch'egli stabilisce, questo autore doveva dire che lo stato di natura essendo quello ove la cura di nostra conservazione  la meno pregiudizievole a quella degli altri, questo stato era per conseguenza il pi proprjo alla pace, ed il pi convenevole al genere umano. Egli dice precisamente lo contrario, per aver fatto entrar mal a proposito nella cura della conservazione dell'uom selvaggio il bisogno di soddisfare una moltitudine di passioni, che sono opera della societ, e che hanno renduto necessarie le leggi. Il cattivo dic'egli  un robusto fanciullo: resta a sapere se il selvaggio sia un fanciullo robusto. Quand'anche se glielo accordasse, che ne concluderebbe egli? Che se quando  robusto quest'uomo fosse cos dipendente dagli altri come quando egli  debole; non vi  sorte d'eccessi ai quali non si portasse: ch'egli non battesse sua madre quand'ella tardasse troppo a dargli le mammelle, che non strangolasse uno de' suoi giovani fratelli quando gli fosse incomodo, che non morsicasse la gamba all'altro quando ne fosse urtato o sturbato. Ma queste sono due contradditorie supposizioni nello stato di natura, cio esser robusto e dipendente: l'uomo  debole quando egli  dipendente, ed  emancipato pria d'esser robusto. Hobbes non ha veduto che la medesima causa che impedisce i selvaggi di usare della loro ragione, come lo pretendono i nostri giureconsulti, li impediste nel medesimo tempo di abusare delle loro facolt, come lo pretende egli medesimo: di maniera che si potrebbe dire che li selvaggi non sono precisamente cattivi; perch non sanno ci che sia l'esser buono; imperciocch non  n lo sviluppamento de' lumi, n il freno della legge, ma la calma delle passioni e l'ignoranza del vizio che gli impediscono il mal fare: tanto plus in illis proficuit vitiorurn ignoratio, quam in his cognitio virtutis. Vi  dall'altra parte un altro principio che Hobbes non ha veduto, e il quale, essendo stato dato all'uomo per raddolcire in certe circostanze la ferocit del suo amor proprio, o il desiderio di conservarsi avanti la nascita di questo amore(13), tempera l'ardore ch'egli ha per il suo ben essere da una repugnanza innata di veder a soffrir il suo simile. Io non credo di aver a temere veruna contraddizione, accordando all'uomo la sola virt naturale che  stato sforzato di riconoscere il pi gran detrattore delle umane virt. Io parlo della piet, disposizion convenevole ad enti cos deboli, e soggetti ad altrettanti mali come noi lo siamo; virt tanto pi universale, e tanto pi utile all'uomo, ch'ella precede in lui l'uso di ogni riflessione; e tanto naturale che le medesime bestie ne danno alcune volte sensibili segni. Senza parlare della tenerezza delle madri verso i loro piccoli figli, e i pericoli che affrontano per garantirneli, si osserva tutti i giorni la ripugnanza che hanno i cavalli di calpestar co' piedi un corpo vivente; un animale non passa senza inquietezza vicino un'animale morto della sua specie; ve ne sono pure che gli danno una sorte di sepoltura: ed i tristi muggiti del bestiame ch'entra in una beccheria annunciano l'impressione ch'egli riceve dall'orribile spettacolo che lo colpisce. Si vede con piacere l'autor della favola delle api, costretto di riconoscere l'uomo per un ente pietoso e sensibile, uscire, nell'esempio che ci d, dal suo stile freddo e sottile, per offrirci la patetica immagine di un uomo rinchiuso, che scorge al di fuori una bestia feroce strappare un funciullo dal seno di sua madre, rompere co' suoi denti omicidi le deboli membra, e squarciar colle sue unghie le viscere palpitanti di questo fanciullo. Quale spaventevole agitazione non prova questo testimonio di un avvenimento, di cui egli non ne ha verun personale interesse! Quali angosce non soffre egli a tal vista di non potere recar soccorso alcuno alla svenuta madre, n allo spirante fanciullo!
Tal  il puro moto della natura, anteriore ad ogni riflessione: tale  la forza della naturale piet, che i pi depravati costumi non possono distruggere, poich si vede tutti i giorni nei nostri spettacoli intenerirsi, e piagnere alle disgrazie d'uno sfortunato quel tale, che se fosse in vece del tiranno aggraverebbe di pi i tormenti del suo nemico. Mandeville ha molto ben capito che con tutta ha la loro morale gli uomini non sarebbero stati che mostri, se la natura non avesse loro data la piet per appoggio dalla ragione; ma egli non ha veduto che da questa sola qualit scaturiscono tutte le virt sociali ch'egli vuol disputare agli uomini. Ed in fatti, che cosa  la generosit, la clemenza, l'umanit, se non se la piet applicata ai deboli, ai colpevoli, o alla specie umana in generale? La benevolenza e la stessa amicizia sono, a ben esaminarle, produzioni d'una costante piet fissata sovra un particolare oggetto: imperciocch desiderare che alcuno non soffra,  ella altra cosa se non che desiderare ch'egli sia felice? Quand'anche fosse vero che la commiserazione altro non fosse che un sentimento il quale ci metta nel luogo di quello che soffre, sentimento oscuro e vivo nell'uom selvaggio, sviluppato ma debole nell'uom civile, che importerebbe questa idea alla verit di ci ch'io dico, se non se a dargli una maggior forza? Ed in fatti la commiserazione sar tanto pi energica, quanto pi l'animale spettatore s'identificher pi intimamente coll'animale che soffre: ora egli  evidente che questa identificazione ha dovuto essere infinitamente pi intensa nello stato di natura, che nello stato di raziocinio. La ragione  quella che genera l'amor proprio, e la riflessione  quella che lo fortifica; essa  quella che ripiega l'uomo sovra se stesso, e lo separa da tutto ci che lo molesta e lo affligge: la filosofia lo rende isolato, ed  per essa, che all'aspetto di un uomo che soffre, egli dice in secreto: perisci se tu vuoi, io sono in sicuro. Non vi sono che i pericoli della societ intera, i quali turbano il tranquillo sonno del filosofo, e che dal suo letto lo staccano. Si pu impunemente scannare il suo simile sotto alla sua finestra; egli non ha che a mettere le sue mani sulle sue orecchie, ed argomentarsi un poco, per impedire alla natura che in lui si rivolta, dall'identificarlo con quello che si assassina. L'uomo selvaggio non ha dunque questo ammirabile talento; e per mancanza di saviezza e di ragione, lo si vede sempre a storditamente abbandonarsi al primo sentimento dell'umanit. Nelle sollevazioni, nelle querele delle strade, il popolaccio si unisce, l'uomo prudente si allontana: la canaglia, e le femmine de' mercati sono quegli che separano i combattenti, e che impediscono le oneste persone di uccidersi.
Egli  dunque ben certo che la piet  un sentimento naturale, il quale moderando in ciascun individuo l'attivit dell'amor di se stesso, concorre alla mutua conservazione di tutta la specie. La piet  quella che ci porta senza riflessione al soccorso di quelli che noi vediam soffrire: ella  quella che nello stato di natura tien luogo di legge, di costumi, e di virt; con questo vantaggio, che non c' alcuno che sia tentato di disobbedire alla sua dolce voce: ella , quella che rimover ogni robusto selvaggio dal levare ad un debole fanciullo, o a un vecchio infermo la sua sussistenza acquistata con pena, s'egli medesimo spera poter trovare altrove la sua: ella  quella, la quale in vece di questa sublime massima di giustizia ragionata: fa ad altri quello vorresti che fosse fatto a te medesimo, inspira a tutti gli uomini quest'altra massima di naturale bont, ben meno perfetta, ma pi utile pu esser che la precedente: fa il tuo bene col minor male degli altri che ti sia possibile: egli  in una parola, in questo naturale sentimento, piuttosto che nei fini argomenti, dove convien cercare la ripugnanza che proverebbe ogni uomo a mal fare, indipendentemente ancora dalle massime dell'educazione. Abbench appartenga a Socrate ed agli spiriti della di lui tempra, d'acquistar la virt per mezzo della ragione; sarebbe lungo tempo che il genere umano pi non esisterebbe, se la sua conservazione non avesse dipenduto che dai ragionamenti di quelli che lo compongono.
Con passioni s poco attive, ed un freno s salutare , gli uomini piuttosto feroci che cattivi, e pi attenti a garantirsi dal male ch'essi potevano ricevere, che tentati di farne agli altri, non erano soggetti a risse molto pericolose. Come non avevano fra essi alcuna sorta di commercio; che non conoscevano per conseguenza n la vanit, n la considerazione, n la stima, n il disprezzo; che non avevano la minima ragione del tuo e del mio, n alcuna vera idea della giustizia; che riguardavano le violenze che potevano provare, come un male facile a ripararsi, e non come una ingiuria da punirsi; e che non procuravano la vendetta, se non forse macchinalmente e sullo stesso momento, come il cane che morde la pietra che se gli getta; le loro dispute avrebbero avuto raramente conseguenze sanguinose, se esse non avessero avuto un oggetto pi sensibile della pastura; ma ne veggo uno pi pericoloso, di cui mi resta a parlare.
Fra le passioni che agitano il cuor dell'uomo, ve n' una ardente, impetuosa, che rende l'un sesso necessario all'altro; terribile passione che sfida tutti i pericoli, rovescia tutti gli ostacoli, e che ne' suoi furori sembra propria a distruggere il genere umano ch'essa  destinata a conservare. Che diverranno gli uomini in preda a questa rabbia sfrenata e brutale, senza pudore, senza ritegno, disputandosi ogni giorno i loro amori al prezzo del loro sangue?
Bisogna convenir subito, che quanto pi le passioni sono violenti, tanto pi le leggi sono necessarie per contenerle: ma oltre che i disordini e i delitti che queste tutti i giorni fra noi cagionano, mostrano molto l'insufficienza delle leggi a questo riguardo, sarebbe ancora cosa buona da esaminarsi se questi disordini sieno nati colle leggi stesse; imperciocch alloraquando elleno fossero capaci di reprimerli, questo sarebbe il meno che se ne dovesse esigere, cio di fermare un male che non esisterebbe senza di esse.
Incominciamo dal distinguere il morale dal fisico nel sentimento dell'amore. Il fisico  quel desiderio generale che ha l'un sesso ad unirsi all'altro; il morale  quello che determina questo desiderio, e lo fissa sovra un solo oggetto esclusivamente, o che almeno gli d per questo oggetto preferito un pi alto grado di energia. Ora egli  facile di vedere che il morale dell'amore  un sentimento fattizio, nato dall'uso della societ, e celebrato dalle femmine con molta abilit e cura per istabilire il loro impero, e render dominante quel sesso che dovrebbe obbedire. Questo sentimento essendo fondato su alcune nozioni di merito, o di bellezza che un selvaggio non  in istato di avere, e su alcuni paragoni che non  in istato di fare, questo sentimento deve essere quasi nullo per esso: poich, come il suo spirito non ha potuto formarsi idee astratte di regolarit e di proporzione, del pari il suo cuore non  suscettibile di que' sentimenti d'ammirazione, di amore, i quali senza neppure accorgersene, nascono dall'applicazione di queste idee; egli ascolta unicamente il temperamento che ha ricevuto dalla natura, e non il gusto che non ha potuto acquistare; ed ogni femmina  buona per esso.
Ristretti al solo fisico dell'amore, e molto felici per ignorare queste preferenze che irritano il sentimento, e accrescono le difficolt, gli uomini debbono sentire con minor frequenza, e men vivamente gli ardori del temperamento, e per conseguenza essere fra essi le dispute pi rare e meno crudeli. L'immaginazione che fa tante stragi fra noi, non parla a cuori selvaggi; ciascuno attende tranquillamente l'impulso della natura; vi si abbandona allora senza scelta con maggior piacere che furore; e soddisfatto il bisogno, resta estinto ogni desiderio.
Ella  dunque una cosa incontrastabile, che l'amor medesimo, come pure tutte le altre passioni, non ha acquistato che nella societ quell'impetuoso ardore che lo rende cos sovente funesto agli uomini: ed egli  tanto pi ridicolo di rappresentare i selvaggi continuamente intesi l'un l'altro ad ammazzarsi per soddisfare la loro brutalit, quanto pi questa opinione  direttamente contraria all'esperienza; e che i Caribi, quello che di tutti i popoli esistenti si sia fino a quest'ora il meno allontanato dallo stato di natura, sono precisamente i pi pacifici ne' loro amori, e i meno soggetti alla gelosia, tuttoch vivano sotto un clima ardente, il quale sembra che dia sempre a queste passioni una pi grande attivit.
Riguardo alle induzioni che trar si potrebbero in diverse specie di animali dai combattimenti dei maschi, i quali insanguinano in ogni tempo i nostri cortili, o che fanno risuonare nella primavera i nostri boschi delle loro grida per disputarsi la femmina, convien subito cominciare dall'escludere tutte le specie, in cui la natura ha manifestamente stabilito, nella potenza relativa dei sessi, rapporti differenti dai nostri; cos il combattimento de' galli non forma un'induzione per la specie umana. E nella specie ove la proporzione  meglio osservata, codesti combattimenti non possono avere per causa che il poco numero delle femmine riguardo a quello de' maschi, oppure gli esclusivi intervalli, duranti i quali la femmina ricusa costantemente l'avvicinamento del maschio, locch ritorna alla prima causa; poich se ciascuna femmina non soffre il maschio che per due mesi dell'anno, egli  lo stesso come se il numero delle femmine fosse minore di cinque sesti: ora veruno di questi due casi non  applicabile alla specie umana, in cui il numero delle femmine sorpassa generalmente quello degli uomini, e in cui non si  giammai osservato, neppure fra i selvaggi; che le femmine abbiano, come quelle delle altre specie, il tempo di calore e di esclusiva. Di pi, fra molti di questi animali, tutta la specie entrando nel medesimo tempo nella effervescenza, ne viene un momento terribile di comune ardore, di tumulto, di disordine, e di combattimento: momento il quale non ha luogo fra l'umana specie, in cui non  giammai periodico l'amore. Non si pu dunque concludere dal combattimento di certi animali per il possesso delle femmine, che la stessa cosa accadrebbe all'uomo nello stato di natura; e quand'anche si potesse trarre questa conclusione, come queste dissensioni non distruggono le altre specie, si deve pensare almeno che non sarebbe pi funesta alla nostra; ed ella  cosa chiarissima ch'esse vi produrrebbero ancora minore strage che non fanno nella societ, sovrattutto nei paesi ove i costumi essendo ancora contati per qualche cosa, la gelosia degli amanti, e la vendetta degli sposi cagionano ogni giorno duelli, omicidj, e peggio ancora; ove il dovere di una eterna fedelt non serve che a far degli adulteri, e dove le leggi stesse della continenza e dell'onore dilatano necessariamente la dissolutezza, e moltiplicano gli aborti.
Concludiamo che errando nelle foreste senza industria, senza linguaggio, senza domicilio, senza guerra, senza alleanze, senza alcun bisogno de' suoi simili, come senza verun desiderio di loro nuocere, pu essere ancora, senza giammai riconoscerne alcuno individualmente, l'uomo selvaggio soggetto a poche passioni, e bastandosi a se medesimo, non aveva che i sentimenti ed i lumi proprj a questo stato; ch'egli non sentiva che i suoi veri bisogni, non riguardava che ci che credeva aver interesse di vedere, e che la sua intelligenza non faceva maggiori progressi della di lui vanit. Se per azzardo faceva qualche scoperta, egli poteva tanto meno comunicarla, che non conosceva nemmeno i suoi figliuoli. L'arte periva coll'inventore: non vi era n educazione, n progressi: le generazioni si moltiplicavano inutilmente: e partendo ciascuna dallo stesso punto, scorrevano i secoli con tutta la rozzezza delle prime et; era gi invecchiata la specie, e restava l'uomo sempre fanciullo.
Se mi sono troppo esteso sulla supposizione di questa condizione primitiva, egli , che avendo da distruggere antichi errori e inveterati pregiudizj, credei dovere scavare fino alla radice, e mostrare nel ritratto del vero stato di natura, quanto l'ineguaglianza stessa naturale  lontana dall'avere in questo stato tanta realit ed influenza, quanto lo pretendono i nostri scrittori.
In fatti  facile a vedersi che fra le differenze che distinguono gli uomini, molte passano per naturali, le quali non sono unicamente che l'opera dell'abitudine, e dei diversi generi di vita che gli uomini adottano nella societ. Cos un temperamento robusto, o delicato, la forza, o la debolezza che ne dipendono, vengono sovente pi dalla maniera dura, o effeminata con cui si  stato allevato, che dalla costituzione primitiva de' corpi. Egli  lo stesso delle forze dello spirito; e non solamente l'educazione mette della differenza fra gli spiriti coltivati e que' che non lo sono, ma essa accresce quella che si trova fra i primi a proporzione della cultura; poich se un gigante e un pigmeo camminassero sulla medesima strada, ciascun passo che facessero l'uno e l'altro darebbe un nuovo vantaggio al gigante; cos se si paragona la diversit prodigiosa di educazione, e de' generi di vita che regna nei differenti ordini dello stato civile, colla semplicit e uniformit della vita animalesca e selvaggia, ove tutti si nodriscono cogli stessi alimenti, vivono alla stessa maniera e fanno esattamente le medesime cose, si comprender quanto deve esser minore la differenza da uomo a uomo nello stato di natura, che in quello di societ, e quanto l'ineguaglianza naturale deve crescere nella specie umana per l'ineguaglianza d'istituzione.
Ma quando la natura affettasse nella distribuzione de' suoi doni tante differenze quante si pretendono, qual vantaggio ne trarrebbero i pi favoriti a pregiudizio degli altri in uno stato di cose che non ammetterebbe quasi alcuna sorte di relazione fra essi? L dove non v' amore, che serve la belt? che sar lo spirito a persone che non parlano, e la scaltrezza a chi non ha affari? Io sento sempre ripetermi, che i pi forti opprimerebbero i pi deboli, ma vorrei che mi si spiegasse ci che vuol dire questa parola oppressione. Gli uni domineranno con violenza, gli altri gemeranno soggetti a tutti i loro capricci: ecco precisamente ci che osservo fra noi; ma non veggo come ci potrebbe dirsi d'uomini selvaggi, a' quali si avrebbe anzi una gran difficolt a fargli intendere cosa sia servit e dominio. Un uomo potrebbe bens impadronirsi dei frutti che un altro ha raccolti, della cacciagione che ha uccisa, della caverna che gli serviva d'asilo; ma come verr egli a capo di farsi obbedire, e quali potranno essere le catene della dipendenza fra uomini che non posseggono nulla? Se mi cacciano da un albore, sono in libert di andarmene ad un altro; se mi tormentano in un luogo, chi m'impedir di passar altrove? Si trova un uomo d'una forza molto alla mia superiore, ed assai pi corrotto, abbastanza pigro, e molto feroce per costrignermi a provvedere alla di lui sussistenza intanto ch'egli resta ozioso? bisogna ch'ei si risolva a non perdermi di vista un solo istante, a tenermi legato con grandissima cura durante il suo sonno, per timore che non gli fugga, o non lo ammazzi: cio a dire, egli  obbligato di esporsi volontariamente ad una pena molto pi grande di quella ch'egli vuol evitare, e di quella ch'egli d a me stesso. Dopo tuttoci, la sua vigilanza si stanca ella un momento? uno strepito improvviso gli fa volger la testa? io fo venti passi nel bosco, sono rotti i miei ferri, ed egli mai pi non mi rivede.
Senza prolungare inutilmente questi detagli, deve veder ciascuno che i legami della servit non essendo formati che dalla mutua dipendenza degli uomini, e dai reciprochi bisogni che li uniscono, egli  impossibile di assoggettare un uomo senza averlo prima posto nel caso di non poter fare a meno dell'altro: situazione che non esistendo nello stato di natura, vi lascia ciascuno libero dal giogo, e rende vana la legge del pi forte.
Dopo aver provato che l'ineguaglianza  appena sensibile nello stato di natura, e che la sua influenza vi  quasi nulla; mi resta, a mostrare la sua origine e i suoi progressi nei successivi sviluppi dello spirito umano. Dopo aver mostrato che la perfezionabilit, le virt sociali, e le altre facolt che l'uomo naturale aveva ricevute in potenza, non potean giammai svilupparsi da se medesime, ch'esse avean bisogno perci del concorso fortuito di molte cause straniere, le quali non potevano giammai nascere, e senza le quali egli sarebbe eternamente rimasto nella sua primitiva condizione; mi resta a considerare e a raggiugnere i differenti azzardi che hanno potuto perfezionare la ragione umana nel deteriorarne la specie, rendere un ente cattivo, riducendolo socievole, e da un termine s lontano condurre in fine l'uomo e il mondo al punto in cui noi lo veggiamo.
Confesso che gli avvenimenti, che sono per descrivere, avendo potuto succedere in molte maniere, non posso determinarmi su la scelta che per conghietture: ma oltrecch queste conghietture diventano ragioni quando elleno sono le pi probabili che si possano trarre dalla natura delle cose, e i soli mezzi che si possano avere per iscoprire la verit, le conseguenze ch'io voglio dedurre dalle mie, non saranno perci conghietturali, poich sui principj che ho stabiliti, non si saprebbe formare qualunque altro sistema, il quale non mi fornisse i medesimi risultati, e da cui non potessi trarre le medesime conclusioni.
Ci mi dispenser dallo stendere le mie riflessioni sulla maniera con cui il decorso del tempo compensa la poca verisimiglianza degli avvenimenti; sulla sorprendente potenza di leggerissime cause allorch esse agiscono senza interruzione; sull'impossibilit, in cui da una parte si  di distruggere alcuna ipotesi, se dall'altro canto si  fuor di stato di dar loro il grado di certezza de' fatti; su ci che due fatti essendo dati come reali per legare un seguito di fatti intermedj, sconosciuti, o riguardati come tali, tocca alla storia, quando la si ha, di dare i fatti che li legano, ed in di lei mancanza, tocca alla filosofia a determinar i fatti simili che possono legarli; infine su ci, che in materia di avvenimenti la similitudine riduce i fatti a un assai minor numero di classi differenti, che non si pu immaginarselo.
Mi basta di offrire questi oggetti alla considerazione de' miei giudici: mi basta di aver fatto in guisa che i volgari lettori non avessero bisogno di considerarli.
 SECONDA PARTE
Il primo che avendo attorniato di siepi un terreno, pens di dire questo  mio, e che trov persone tanto semplici per crederlo, fu il vero fondatore della civile societ. Quanti delitti, guerre, omicidj, miserie ed orrori non avrebbe risparmiato al genere umano colui, il quale sradicando i pali, o riempiendo il fosso che il terreno circuiva, avesse gridato a' suoi simili: guardatevi dal prestar orecchio a questo impostore; voi siete perduti, se vi scordate che i frutti sono di tutti, e che la terra non  di alcuno; ma v' una grande apparenza, che le cose fossero gi arrivate a un punto da non poter pi durare come erano; poich questa idea di propriet dipendendo da molte altre idee anteriori, che non hanno potuto nascere che successivamente, non si form in un momento nello spirito umano: convenne far molti progressi, acquistar grande industria e molti lumi, trasmetterli, aumentarli d'et in et, prima di giugnere a questo ultimo termine dello stato di natura. Riprendiamo dunque le cose pi sopra, e procuriamo di unire sotto un sol punto di vista questa lenta successione di avvenimenti e di cognizioni nel loro ordine pi naturale.
Il primo sentimento dell'uomo fu quello di sua esistenza; la sua prima cura, quella di sua conservazione. I prodotti della terra gli fornivano tutti i necessarj soccorsi; l'istinto lo port a farne uso. La fame ed altri appetiti gli facevano provare a vicenda diverse maniere di esistere: ve ne fu che lo invit a perpetuare la sua specie; e questa cieca inclinazione, sprovvista d'ogni sentimento del cuore, non produceva che un atto puramente animalesco: soddisfatto il bisogno, non si riconoscevano pi i due sessi, ed il fanciullo stesso non era pi della madre, tostoch poteva far di meno di essa.
Tal fu la condizione del nascente uomo; tale fu la vita di un animale ristretto nel principio alle pure sensazioni, e profittantesi appena dei doni che gli offriva la natura, lungi dal pensare a strappargliene: ma ben presto se gli presentarono delle difficolt; gli convenne imparar a vincerle. L'altezza degli alberi che gl'impediva d'arrivare ai loro frutti, la concorrenza degli animali che cercavano di nutrirsene, la ferocit di quelli ch tendevano alla sua vita, tutto l'obblig ad applicarsi agli esercizj del corpo; bisogn rendersi agile, presta al corso, vigoroso al combattimento. Le armi naturali, che sono i rami degli alberi e le pietre, si trovarono ben presto sotto alle sue mani. Impar a sormontare gli ostacoli della natura, a combattere nelle occorrenze gli altri animali, a disputare la sua sussistenza agli uomini stessi, o a compensarsi di ci che ceder bisognava al pi forte.
A misura che si estendeva il genere umano, le pene si moltiplicarono cogli uomini. La differenza dei terreni, dei climi, delle stagioni, pot costrignerli a metterne nella loro maniera di vivere. Degli anni sterili, inverni crudi e lunghi, estati ardenti che tutto consumano, ricercarono da essi una novella industria. Quei lungo il mare e i fiumi inventarono le canne e l'amo, e diventarono pescatori e ichtiofagi. Quei de' boschi fecer degli archi e delle frecce, e divennero cacciatori e guerrieri: ne' paesi freddi si coprivano colle pelli degli animali che aveano uccisi. Il fulmine, un vulcano, e qualche felice azzardo lor f conoscere il fuoco, nuova sorgente contro il rigore del verno: appresero a conservare questo elemento, poi a riprodurlo, ed in fine a cuocer le vivande che pria crude mangiavano.
Queste reiterate applicazioni degli enti diversi a lui medesimo, e gli uni agli altri, dov naturalmente generar nello spirito dell'uomo le percezioni di certi rapporti. Quelle relazioni che noi esprimiamo colle parole di grande, piccolo, forte, debole, presto, lento, timoroso, ardito, ed altre simili idee paragonate al bisogno, e quasi senza pensarci, alla fine produssero in lui qualunque sorta di riflessione, o piuttosto una prudenza macchinale che gli indicava le precauzioni le pi necessarie alla di lui sicurezza.
I nuovi lumi che risultarono da questo sviluppo, accrescerono la sua superiorit sovra gli altri animali, facendogliela conoscere. Si esercit a tender loro delle insidie, gli ingann in mille maniere: e, bench molti lo sorpassassero in forza nel combattimento, o in velocit alla corsa, di quelli che potevano servirlo o nuocerlo, divenne col tempo il padrone degli uni, ed il flagello degli altri. In tal guisa il primo sguardo che port sovra se stesso, vi produsse il primo movimento d'orgoglio; e in tal guisa non sapendo ancora appena distinguere i ranghi, e contemplandosi il primo per la sua specie, si preparava da lungi a pretendervi per il suo individuo.
Bench i suoi simili non fossero per lui ci ch'essi sono per noi, e che non avesse niun maggior commercio con essi che cogli altri animali, non furono per dimenticati nelle sue osservazioni. La conformit che il tempo pot fargli scorgere esser fra loro, la sua femmina e lui medesimo lo fecero giudicare di quelle che non iscorgeva; e vedendo ch'essi si conducevano come in simili circostanze avrebbe egli fatto, concluse che la loro maniera di pensare e di sentire era interamente conforme alla sua; e questa importante verit bene stabilita nel suo spirito gli fece seguire, per un presentimento cos sicuro e pi pronto che la dialettica, le migliori regole di condotta che per suo vantaggio e sua sicurezza gli convenisse osservare con essi.
Istruito dall'esperienza che l'amore del ben essere  il solo mobile delle umane azioni, si trov in istato di distinguere le rare occasioni nelle quali per il comune interesse potesse esser sicuro dell'assistenza de' suoi simili, e quelle pi rare ancora, nelle quali la concorrenza doveva metterlo in diffidenza di essi. Nel primo caso, egli s'univa con essi in truppa, o al pi per qualche sorte di libera associazione, la quale non obbligava alcuno, e che non durava se non quanto il passeggero bisogno che l'aveva formata; nel secondo caso, ciascuno cercava di cogliere i suoi vantaggi, o a forza aperta se credeva poterlo; o coll'industria e sottigliezza se si sentiva il pi debole.
Ecco come gli uomini poterono insensibilmente acquistare qualche grossolana idea de' mutui impegni, e dell'avvantaggio nell'adempirli, ma sol quanto poteva esigerlo l' interesse presente e sensibile; poich nulla per essi era la previdenza, e lungi dall'occuparsi di un lontano avvenire, non pensavano neppure al dimani. Si trattava di prendere un cervo? ciascuno sentiva bene ch'egli doveva perci guardar fedelmente il suo posto; ma se una lepre veniva a passare a portata d'uno di essi, non  da dubitarsi ch'ei non la seguisse senza scrupolo, e che avendo raggiunta la sua preda, egli poca pena si prendesse di far mancare la loro a' suoi compagni.
Egli  facile da comprendere, che un simile commercio non esigeva un linguaggio molte pi raffinato di quello delle cornacchie, o delle scimie che s'atruppano a un dipresso del pari. Gridi inarticolati, molti gesti, ed alcuni strepiti imitativi, dovettero comporre per lungo tempo la lingua universale; al che unendosi in ciascuna contrada alcuni suoni articolari e convenzionali, de' quali, come ho di gi detto, non  troppo agevole di spiegarne l'instituzione, si ebbero delle lingue particolari, ma grossolane, imperfette, e tali allo incirca che ne hanno ancora al d d'oggi diverse selvagge nazioni. Scorro a un tratto la moltitudine de' secoli, sforzato dal tempo che passa, dall'abbondanza della cose che ho a dire, e dal progresso quasi insensibile dei principj; imperciocch pi gli avvenimenti erano lenti a succedere, pi sono pronti a descriversi.
Questi primi progressi misero infine l'uomo a portata di farne de' pi rapidi. Pi s'illuminava lo spirito, pi si perfezionava l'industria. Ben presto cessando di addormentarsi sotto il primo arbore, o di ritirarsi nelle caverne, si trovarono alcune asse di pietre dure e taglienti, che servirono a tagliar de' legni, a scavar la terra, a far delle capanne coi rami dcgli alberi, che si pens in seguito d'intonacare con argilla e fango. Questa fu l'epoca di una prima rivoluzione, che form lo stabilimento e la distinzione delle famiglie, e che introdusse una sorte di propriet, da cui pu ben essere che di gi nascessero delle querele e dei combattimenti. Nonostante, come i pi forti furono verisimilmente i primi a farsi degli alloggiamenti che si sentivano capaci di difendere, egli  da credere che i pi deboli trovassero pi espediente e pi sicuro l'imitarli, che il tentar di sloggiarli: e quanto a quelli che avevan gi delle capanne, ciascuno dov poco curarsi d'appropriarsi quella del suo vicino, non tanto perch non gli apparteneva, quanto perch gli sarebbe stata inutile, e perch non avrebbe potuto impadronirsi, senza esporsi ad un vivo combattimento colla famiglia che l'occupava.
I primi sviluppi del cuore furon l'effetto di una novella situazione, che, riuniva in una comune abitazione i mariti e le mogli, i padri e i figliuoli; l'abitudine, di vivere insieme f nascere i pi dolci sentimenti che sian conosciuti dagli uomini, l'amor coniugale, e l'amor paterno. Ciascuna famiglia divenne una piccola societ, tanto pi unita, quanto che il reciproco attacco e la libert n'erano i soli legami; e allora fu che si stabil la prima differenza nella maniera del vivere dei due sessi, che fin qui non n'era stata che una. Le femmine divennero. pi sedentarie, e si accostumarono a guardar la capanna e i figliuoli, frattanto che l'uomo cercando andava la comune sussistenza. Cosi i due sessi cominciarono, mediante una vita un po' pi molle, a perder qualche cosa della loro ferocit e del loro vigore: ma se ciascuno separatamente diveniva men proprio a combatter le bestie selvagge, allo incontro fu pi facile di unirsi assieme per resistergli in comune.
In questo novello stato, con una vita semplice e solitaria, con ristrettissimi bisogni, e con istrumenti ch'essi avevano inventati per provvedersi, gli uomini godendo un grandissimo ozio, l'impiegarono a procurarsi varie sorte di comodi sconosciuti a' loro padri: e questo fu il primo giogo che s'imposero senza avvedersene, e la prima sorgente de' mali che preparavano a' loro discendenti; imperciocch oltre che essi continuarono cos ad ammollirsi il corpo e lo spirito, questi comodi avendo per l'abitudine perduto quasi tutto il loro allettamento, ed essendo nel medesimo tempo degenerati in veri bisogni, la privazion ne divenne molto pi crudele, che non n'era stata dolce la possessione, ed erano infelici nel perderli, senza esser felici nel possederli.
Qui si scorge un po' meglio come l'uso della parola si stabil, o si perfezion insensibilmente nel seno di ciascuna famiglia, e si pu congetturare ancora come diverse cause particolari poterono estendere il linguaggio, e accelerarne i progressi rendendolo pi necessario. Alcune grandi inondazioni, o tremuoti circondarono d'acque, o di precipizj qualche cantone abitato; improvvise rivoluzioni del globo staccarono e tagliarono in isole alcune porzioni del continente. Si concepisce che fra uomini cos riuniti, e sforzati di viver assieme, si dov formare un idioma comune piuttosto che fra quelli che erravano liberamente ne' boschi della terra-ferma. Cos egli  possibilissimo che dopo i loro primi saggi di navigazione, alcuni isolani abbiano portato fra noi l'uso della parola; ed egli  almeno verisimilissimo che la societ e le lingue abbiano avuto il loro primo nascimento nelle isole, e che vi si sieno perfezionate prima d'essere conosciute nel continente.
Tutto comincia a cambiar faccia. Gli uomini erranti fin qui ne' boschi, avendo preso un sito pi fisso, si raggiungono lentamente, si riuniscono in diverse truppe, e formano in fine in ciascuna contrada una particolar nazione, unita da costumi e caratteri, non da regolamenti e da leggi, ma dal medesimo genere di vita e di alimenti, e dalla comune influenza del clima. Una continua vicinanza non pu fare a meno di non generare in fine qualche legame fra le diverse famiglie. Giovani persone di differenti sessi abitano delle vicine capanne; il commercio passeggero che ricerca la natura, ne conduce ben presto un altro non meno dolce e pi permanente dalla mutua frequentazione. Si prende l'uso a considerar differenti oggetti, e a farne de' paragoni; si acquistano insensibilmente idee di merito e di bellezza, le quali producono dei sentimenti di preferenza. A forza di vedersi, non si pu lasciar di non vedersi ancora. Un tenero sentimento e dolce s'insinua nell'anima, e dalla menoma opposizione diventa un impetuoso furore: coll'amore si sveglia la gelosia; la discordia trionfa, e la pi dolce delle passioni riceve sagrifizj di sangue umano.
A misura che le idee e i sentimenti si succedono, che lo spirito ed il cuore si esercitano, il genere umano continua ad ammansarsi, si stendono i legami, e i nodi si serrano. Si avvezz ad unirsi dinanzi alle capanne, o attorno di un grand'albero: il canto e il ballo, veri figli dell'amore e dell'ozio, divennero il divertimento, o piuttosto l'occupazione degli uomini e delle femmine oziosi ed attruppati. Ciascuno cominci a riguardar gli altri, e a voler esser riguardato egli stesso; ed ebbe un prezzo la pubblica stima. Quello che meglio cantava, o ballava, il pi bello, il pi forte, il pi agile, il pi eloquente, divenne il pi considerato: e questo fu il primo passo verso l'ineguaglianza, e nello stesso tempo verso il vizio: da queste prime preferenze nacquero da una parte la vanit e il disprezzo; dall'altra la vergogna e l'invidia; e la fermentazione cagionata da questi nuovi lieviti produsse in fine dei composti alla felicit e all'innocenza funesti.
Appena gli uomini ebbero cominciato a mutuamente apprezzarsi, e che l'idea di considerazione fu formata nel loro spirito, ciascuno pretese di averne diritto, e non fu pi possibile ad alcuno di mancarvi impunemente. Di l uscirono pure i primi doveri della civilt fra i selvaggi; e di l ciascun torto volontario divenne un oltraggio, perch col male che risultava dall'ingiuria, l'offeso vi vedeva il disprezzo di sua persona, sovente pi insopportabile del male stesso. In tal guisa punendo ciascuno il disprezzo che gli veniva testimoniato d'una maniera proporzionata al caso ch'ei facea di se medesimo, divennero terribili le vendette, e sanguinarj e crudeli gli uomini. Ecco precisamente il grado ove erano pervenuti la pi parte degli uomini selvaggi che ci sono conosciuti: ed egli  per diffetto di non aver sufficientemente distinte le idee, e rimarcato quanto questi uomini eran di gi lontani dal primo stato di natura, che molti si sono affrettatti di concludere, che l'uomo  naturalmente crudele, e ch'egli ha bisogno di politica per raddolcirsi; frattanto che nulla  pi dolce di lui nel primitivo stato, allorch collocato dalla natura a distanze uguali e dalla stupidezza dei bruti, e dai lumi funesti dell'uomo civile, e ristretto egualmente dall'istinto e dalla ragione a garantirsi dal male che lo minaccia, egli  trattenuto dalla piet naturale dal far male a chiunque, senza esservi portato da qualche motivo, ed anche dopo averne ricevuto. Poich secondo l'assioma del saggio Locke non vi potrebbe essere ingiuria, ove non vi potess'essere propriet.
Ma convien rimarcare che la societ cominciata, e le relazioni gi stabilite fra gli uomini, esigevano da essi qualit differenti da quelle ch'eglino tenevano dalla loro primitiva costituzione; che la moralit cominciando ad introdursi nelle azioni umane, ed essendo ciascuno avanti le leggi il solo giudice e vindice delle offese ch'egli avea ricevute, la bont convenevole al puro stato di natura non era pi quella che convenisse alla societ nascente; poich conveniva che le punizioni divenissero pi severe, a misura che le occasioni di offendere divenivano pi frequenti, e che al terror delle vendette toccava far le veci del freno delle leggi. In tal guisa, bench gli uomini fossero divenuti men tolleranti, e che la piet naturale avesse gi sofferto qualche alterazione, questo sviluppo delle facolt umane tenendo un giusto mezzo fra l'indolenza dello stato primitivo e la petulante attivit del nostro amor proprio, dov esser l'epoca la pi felice e la pi durevole. Quanto pi vi si riflette, tanto pi si trova che questo stato era il meno soggetto a rivoluzioni, il migliore all'uomo(14), e che egli non ne dov uscire che per qualche funesto azardo, il quale per la comune utilit non avrebbe dovuto giammai succedere. L'esempio dei selvaggi, che si sono quasi tutti trovati a questo punto, sembra confermare che il genere umano era fatto per restarvi sempre, che questo stato  la vera giovinezza del mondo, e che tutti gli ulteriori progressi sono stati in apparenza altrettanti passi verso la perfezione dell'individuo, ma in effetto verso la decrepitezza della specie.
Fintantoch gli uomini si contentarono delle loro rustiche capanne, fintantoch si ristrinsero a cucire i loro abiti di pelle cogli spini, o colle reste, ad ornarsi di piume e di conchiglie, a pingersi il corpo di diversi colori, a perfezionare, o ad abbellire i loro archi e le loro frecce, a tagliare con pietre taglienti alcune barchette da pescatori, o alcuni grossolani istrumenti di musica; in una parola fintantoch non si applicarono che ad opere che poteva fare un solo, e ad arti che non avean d'uopo del concorso di molte mani, eglino vissero liberi, sani, buoni, e felici quanto potevan esserlo di lor natura, e continuarono a godere fra loro di un indipendente commercio; ma dall'instante che un uomo ebbe bisogno del soccorso di un altro; dacch si apprese che era cosa utile ad un solo di aver provvigioni per due, disparve l'eguaglianza, s'introdusse la propriet, divenne necessario il travaglio, e le vaste foreste si cambiarono in ridenti campagne che convenne innaffiare coi sudori degli uomini, e nelle quali si vide ben presto gemere e crescer colle messi la schiavit e la miseria.
La metallurgia e l'agricoltura, furono le due arti, la di cui invenzione produsse rivoluzion s grande. Per il poeta  l'oro e l'argento, ma per il filosofo il ferro e il grano sono quelli che hanno incivilito gli uomini, e perduto il genere umano; cos l'uno e l'altro erano sconosciuti ai selvaggi dell'America, e perci sono sempre tali restati: gli altri popoli pure sembra che sieno restati barbari fintantoch hanno praticata una di queste arti senza l'altra; ed una forse delle migliori ragioni pcrch l'Europa  stata, se non pi presto, almeno pi costantemente meglio polita delle altre parti del mondo, essa lo , per esser tutt'insieme la pi abbondante in ferro, e la pi fertile in grano.
Egli  difficilissimo di congetturar come gli uomini sieno pervenuti a conoscere ed impiegare il ferro; avvegnach non  cosa credibile ch'eglino s'abbiano immaginato da per loro di trar la materia dalla mina, e di darle le preparazioni necessarie per metterla in fusione, avanti di sapere ci che ne risulterebbe. Da un altro lato non si pu nemmeno attribuire questa scoperta a qualche accidentale incendio, poich le mine non si formano che negli aridi luoghi, spogli d'arbori e di piante; di maniera che si direbbe che la natura aveva avute delle precauzioni per involarci questo fatal secreto. Non resta dunque che la straordinaria circostanza di qualche vulcano, il quale vomitando delle materie metalliche in fusione, abbia data agli osservatori l'idea d'imitare questa operazione della natura: inoltre convien supporre del gran coraggio e della previdenza per intraprendere una cos penosa fatica, e scorger tanto lungi i vantaggi che ne potevan trarre; loch quasi non conviene senonch a degli spiriti di gi pi esercitati di quanto questi dovevano esserlo.
Quanto all'agricoltura, il principio ne fu conosciuto lungo tempo prima che ne fosse stabilita la pratica: e non  possibile che gli uomini continuamente occupati a trar la loro sussistenza dagli alberi e dalle piante, non avessero molto prontamente acquistata l'idea delle strade che la natura impiega per la generazione dei vegetabili; ma probabilmente la loro industria non si volt da questa parte che molto tardi, sia perch gli alberi i quali con la caccia e la pesca soministravan loro il nutrimento, non avevano bisogno delle loro attenzioni, sia difetto di non conoscer l'uso del grano, sia mancanza d'instrumenti per coltivarlo, sia mancanza di previdenza per i futuri bisogni, sia in fine mancanza de' mezzi per impedir gli altri d'appropriarsi il frutto del loro travaglio. Divenuti pi industriosi, si pu credere che con pietre acute ed appuntati bastoni essi cominciassero dal coltivare alcuni legumi o radici attorno le loro capanne, lungo tempo prima di saper preparare il grano, e di aver gli strumenti necessarj per la coltura in grande, senza contare che per abbandonarsi a questa occupazione, convien risolversi a perder subito qualche cosa per guadagnar molto nel seguito: precauzione molto lontana dal giro dello spirito dell'uom selvaggio, il quale, come ho gi detto, ha della pena a pensar la mattina per i bisogni della sera.
L'invenzione delle altre arti fu dunque necessaria per isforzare il genere umano ad applicarsi a quello dell'agricoltura. Dacch accorsero degli uomini per fondere e batter il ferro, per nutrir questi vi bisognarono altri uomini. Pi il numero degli operai venne a moltiplicarsi, vi furono meno mani impiegate per somministrare la sussistenza comune, senza che diminuissero le bocche per consumarla: e come abbisognarono agli uni delle derrate in cambio del loro ferro, gli altri trovarono in fine il secreto d'impiegare il ferro alla moltiplicazione delle derrate. Da ci nacquero da una parte il lavoro della terra e l'agricoltura, e dall'altra l'arte di lavorare i metalli, e di moltiplicarne gli usi.
Dalla coltura delle terre ne segu necessariamente il loro partaggio, e dalla propriet una volta riconosciuta le prime regole di giustizia: poich per rendere a ciascuno il suo, bisogna che ciascuno possa aver qualche cosa; di pi, cominciando gli uomini a portar le loro mire nell'avvenire, e vedendo tutti che avevano qualche cosa da perdere, non ve n'era alcuno che non avesse a temere le rappresaglie de' torti che egli poteva fare agli altri. Questa origine  tanto pi naturale, quantoch' impossibile di concepir l'idea della propriet da altra parte, che da quella del lavoro; avvegnach non si vede che l'uomo per appropriarsi le cose che non ha fatte, altro non vi possa mettere che il suo lavoro. Il lavoro solo  quello, il quale dando il diritto al coltivatore sul prodotto della terra che ha lavorata, gliene d per conseguenza sul fondo, almeno fino alla raccolta, e cos d'anno in anno; locch facendo una continua possessione, si trasforma facilmente in propriet. Allorch gli antichi, dice Grozio, hanno dato a Cerere l'epiteto di legislatrice, e ad una festa celebrata in suo onore il nome di Thesmophoria (pubblicazion delle leggi), hanno con ci fatto intendere che il partaggio delle terre ha prodotto una nuova sorte di diritto; cio a dire il diritto di propriet, differente da quello che risulta dalla legge naturale.
Le cose in tale stato avrebbero potuto restare egual uguali fossero stati i talenti, e che, peesempiol'impiego del ferro ed il consumo delle derrate avessero sempre tenuto un esatto equilibrio; ma non essendo cosa veruna che mantenesse la proporzione, questa fu ben tosto rotta; il pi forte faceva pi lavoro; il pi accorto traeva miglior partito dal suo; il pi ingnegnoso trovava i mezzi di abbreviare il travaglio; il lavoratore avea pi bisogno di ferro, o il fabbro avea pi bisogno di grano e nell'ugualmente lavorare, uno guadagnava molto, frattantoch l'altro poteva appena vivere. In questa maniera insensibilmente si scopre l'ineguaglianza naturale con quella dell'unione, e che le differenze degli uomini, sviluppate dalla differenza delle circostanze, si rendono pi sensibili, pi permanenti ne' loro effetti, e cominciano a influire nella medesima proporzione sulla sorte dei particolari.
Essendo arrivate a questo punto le cose, egli  facile d'immaginare il resto. Io non mi fermer gi a descrivere l'invenzion successiva delle altre arti, i progressi delle lingue, la prova e l'impiego de' talenti, l'ineguaglianza delle fortune, l'uso, o l'abuso delle ricchezze, n le particolarit che queste seguitano; al che pu facilmente ciascuno supplire. Mi ristrigner solamente a dar un'occhiota sovra il genere umano, situato in questo nuovo ordine di cose.
Ecco dunque sviluppate tutte le nostre facolt, la memoria e l'immaginazione in opera; l'amor proprio interessato, resa attiva la regione, e lo spirito quasi arrivato al termine di perfezione, di cui  suscettibile. Ecco tutte le qualit naturali poste in azione; stabilito il rango e la sorte di ogni uomo, non solo sulla quantit dei beni, e il potere di giovare, o di nuocere, ma sullo spirito, la bellezza, la forza, o l'agilit, sul merito, o sui talenti: ed essendo queste qualit le sole che potesse attrarre della considerazione, convenne ben tosto averle, o affettarle: e convenne per proprio vantaggio mostrarsi diverso da ci che s'era in effetto. Essere e parere diventarono due cose affatto differenti; e da questa distinzione sortirono il fasto imponente, l'astuzia ingannevole, e tutti i vizj che ne fanno il corteggio. Da un altro lato, di libero ed indipendente che era l'uomo per lo innanzi, eccolo da una moltitudine di nuovi bisogni assoggettato per cos dire a tutta la natura, e soprattutto a' suoi simili, de' quali in un senso ne diventa lo schiavo, nel tempo stesso che diventa il loro padrone: ricco ha bisogno de' loro servigi; povero ha bisogno de' loro soccorsi; e la mediocrit non impedisce che possa far senz'essi. Bisogna dunque ch'egli continuamente cerchi d'interessarli alla sua sorte, ed a fargli trovare in effetto, o in apparenza il loro profitto a travagliare per il suo proprio: locch lo rende furbo cd artifizioso con gli uni, imperioso e duro con gli altri; e lo mette nella necessit di abusare di tutti quelli di cui egli ha bisogne, quando non pu farsi temere, e che non trova il suo interesse a servirli utilmente. Infine la divoratrice ambizione, l'ardor d'inalzare la sua fortuna relativa, meno da un vero bisogno, che per mettersi al disopra degli altri, inspira a tutti gli uomini una nera inclinazione a nuocersi mutuamente, una secreta gelosia tantopi pericolosa, quantoch per far il suo colpo con maggior sicurezza prende sovente la maschera della benevolenza; in una parola, concorrenza e rivalit da un lato, opposizion d'interesse dall'altro; e sempre il secreto desiderio di fare il suo profitto alle altrui spese; tutti questi mali sono il primo effetto della propriet, e l'inseparabile corteggio della nascente ineguaglianza.
Primach si fossero inventati i segni rappresentativi delle ricchezze, esse non potevano consistere che in terre ed in bestiami, essendo questi i soli beni reali che gli uomini potessero possedere. Or quando i fondi terreni furono accresciuti in numero ed estensione, a segno di coprir l'intero suolo e di toccarsi tutti, gli uni non poterono pi ingrandirsi che a danno degli altri; e i soprannumerarj che la debolezza, o l'indolenza avevano impedito di far essi pure i loro acquisti, diventati poveri senza aver nulla perduto, perch tutto cambiando attorno di essi, eglino soli non aveano cambiato, furono obbligati di ricevere, o di rapire la loro sussistenza dalla mano de' ricchi: e da ci cominciarono a nascere, secondo i diversi caratteri degli uni e degli altri, il dominio e la servit, o la violenza e le rapine. Dal loro canto i ricchi conobbero appena il piacer di dominare, che disprezzaron ben presto tutti gli altri; e servendosi de' loro antichi schiavi per sottometterne di nuovi, non pensarono che a soggiogare e domare i loro vicini: simili a que' lupi affamati, i quali avendo una volta gustata della carne, rifiutano ogn'altro nutrimento, e non vogliono che divorar degli uomini.
In questa guisa i pi potenti, o i pi miserabili, facendosi della loro forza, o dei loro bisogni una sorte di diritto al bene altrui, equivalente, secondo essi, a quello di propriet, la rotta eguaglianza fa seguita dal pi spaventevole disordine. In questa guisa le usurpazioni dei ricchi, le ruberie de' poveri, le sfrenate passioni di tutti soffocando la naturale piet, e la voce ancor pi debole della giustizia, resero gli uomini avari, ambiziosi, e cattivi. Fra il diritto del pi forte, ed il diritto del primo occupante insorgeva un perpetuo conflitto, il quale non terminava che coi combattimenti e cogli omicidj(15). La nascente societ di luogo al pi orribile stato di guerra: il genere umano avvilito e desolato, non potendo pi ritornar addietro, n rinunciare agli infelici acquisti ch'egli avea fatti, e non lavorando che alla sua vergogna coll'abuso delle facolt che l'onorano, si pose egli stesso sull'orlo della sua rovina.
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Attonitus novitate mali, divesque miserque,
Effugere optat opes, et qu modo voverat, odit.
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Egli non  impossibile che gli uomini non abbiano fatte alfine delle riflessioni sovra una situazione cos miserabile, e sovra le calamit dalle quali erano oppressi. I ricchi sovrattutto dovettero ben presto sentire quanto era loro disavvantaggiosa una guerra perpetua, di cui ne facevano essi soli le spese, e nella quale il rischio della vita era comune, e quello de' beni particolare. Dall'altra parte, qualunque colore che essi potessero dare alle loro usurpazioni, sentivano abbastanza ch'esse non erano stabilite che sopra un diritto precario ed abusivo; e che non essendo state acquistare che dalla forza, la forza poteva levargliele senza che avessero ragione di lamentarsene. Quegli stessi che la sola industria aveva arricchiti, non potevano fondar la loro propriet sovra migliori titoli. Avevano un bel dire: ho io fabbricato questo muro; ho guadagnato questo terreno colle mie fatiche. Chi vi ha dati i livellamenti, si poteva loro rispondere: ed in virt di che pretendete voi d'esser pagati di una fatica che noi non vi abbiamo imposta? Non sapete voi forse che una moltitudine de' vostri fratelli perisce, o soffre il bisogno di ci che a voi avanza, e che vi conveniva un consentimento espresso ed unanime del genere umano per appropriarvi sulla comune sussistenza tuttoci che sorpassava la vostra? Destituito di valevoli ragioni per giustificarsi, e di sufficienti forze per difendersi; distruggendo facilmente un particolare, ma distrutto egli pure da truppe di banditi; solo contro tutti, ed a motivo delle mutue gelosie non potendo unirsi coi suoi eguali contro inimici uniti dalla speranza comune del bottino, il ricco sforzato dalla necessit, concep infine il progetto il pi meditato che sia giammai entrato nello spirito umano: questo fu d'impiegare in suo vantaggio le forze stesse di quelli che lo attaccavano, di far diventare suoi difensori i suoi avversarj, d'inspirar loro altre massime, e dargli altre istituzioni che fossero a lui cos favorevoli come il diritto naturale gli era contrario.
In questa vista, dopo aver esposto a' suoi vicini l'orror di una situazione che li armava tutti gli uni contro gli altri, che gli rendeva le loro possessioni cos gravose che i loro bisogni, e dove alcuno non trovava la sua sicurezza n nella povert, n nella ricchezza, egli invent facilmente delle speciose ragioni per condurli al suo fine.
"Uniamoci, disse loro, per garantire dall'oppressione i deboli, per contenere gli ambiziosi, per assicurare a ciascuno il possesso di ci che gli appartiene: instituiamo delle regole di giustizia e di pace, alle quali sieno tutti obbligati di conformarvisi, che non abbian rispetto per alcuno, e che riparino in qualche guisa i capricci della fortuna, sottomettendo egualmente il potente ed il debole a mutui doveri; in una parola, in vece di volger le nostre forze contro noi stessi, riuniamole in un poter supremo che ci governi con sagge leggi, il quale protegga e difenda tutti i membri dell'associazione, rispinga gli inimici comuni, e ci mantenga in una eterna concordia."
Ne bisogn molto meno che l'equivalente di questo discorso per strascinare degli uomini grossolani, facili a sedurre, che dall'altro lato avevano troppi affari da definire fra loro per poter fare a meno di arbitri, e troppa avarizia ed ambizione per potere star lungo tempo senza padroni. Tutti corsero ad incontrare le loro catene, credendo di assicurare la loro libert; avvegnach avevano molta ragione per sentire i vantaggi di un politico stabilimento, ma non abbastanza esperienza per prevederne i pericoli: i pi capaci di presentire gli abusi, erano precisamente quelli che faceano il conto di approfittarsene, e gli stessi saggi videro che conveniva risolversi a sacrificare una parte della loro libert per la conservazione di un'altra, come un ferito si fa tagliare il braccio per salvare il resto del corpo.
Tale fu, o dov essere l'origine della societ e delle leggi, le quali diedero nuovi ostacoli al debole, e nuove forze al ricco(16), distrussero senza riparo la libert naturale, fissarono per sempre la legge della propriet e dell'ineguaglianza, di una accorta usurpazione fecero un irrevocabile diritto, e per il profitto di alcuni ambiziosi assoggettarono d'ora innanzi tutto il genere umano alla fatica, alla servit, e alla miseria. Facilmente si vede come lo stabilimento di una societ rese indispensabile quella di tutte le altre, e come, per far fronte a forze unite, convenne a vicenda unirsi. Moltiplicandosi la societ, o estendendosi rapidamente, coprirono ben presto la superficie della terra, e non riusc pi possibile di trovare un solo angolo dell'universo ove esentar si potesse dal giogo, e sottrarre il suo capo dalla spada della giustizia, sovente mal maneggiata, che ciascun uomo vide perpetuamente sospesa sovra la sua testa. Il diritto civile essendo in tal guisa divenuto la regola comune dei cittadini, la legge di natura non ebbe pi luogo che fra le diverse societ, ove sotto nome del diritto delle genti ella fu temperata da alcune tacite convenzioni per render possibile il commercio, e supplire alla commiserazione naturale, la quale, perdendo da societ a societ quasi tutta la forza ch'essa aveva da uomo a uomo, non risiede pi se non che in alcune grandi anime cosmopolite, le quali superando le barriere immaginarie che separano i popoli, e le quali, ad esempio dell'ente supremo che le ha create, abbracciano tutto il genere umano nella loro benevolenza.
I corpi politici restando cos fra loro nello stato di natura, si risentirono ben presto degli inconvenienti che avevano sforzato i particolari ad uscirne; e questo stato divenne ancora pi funesto fra questi gran corpi, che non lo era stato per lo innanzi fra gli individui di cui erano composti. Da ci uscirono le guerre nazionali, le battaglie, le uccisioni, le represaglie che fanno fremere la natura, ed offendono la ragione, e tutti quegli orribili pregiudizj che mettono nel rango delle virt l'onore di spargere il sangue umano. Le pi oneste persone insegnarono a contar fra i loro doveri quello di uccidere i loro simili; si videro infine gli uomini scannarsi a mille a mille senza sapere il perch; e si commettevano pi uccisioni in un sol giorno di combattimento, e pi orrori nella presa di una sola citt, che non se n'erano commessi nello stato di natura per il corso d'interi secoli su tutta la faccia della terra. Tali sono gli effetti che si travedono dalla divisione del genere umano in differenti societ. Ritorniamo alla loro istituzione.
Io so che molti hanno date altre origini alle Societ politiche, come le conquiste del pi potente, o l'unione dei deboli; e la scelta fra queste cause  indifferente, a ci ch'io voglio stabilire: ci nonostante quella che vengo ad esporre mi sembra la pi naturale per le seguenti ragioni. 1 Che nel primo caso, il diritto di conquista non essendo egli un diritto, non ha potuto fondarne verun altro, restando sempre fra loro il conquistatore ed i popoli conquistati in un continuo stato di guerra; quando per la ragione rimessa in piena libert non iscelga volontariamente per capo il suo vincitore. Fin qua, per quante capitolazioni si sieno fatte, come esse non sono state fondate che sulla violenza, e che in conseguenza per il fatto medesimo sono nulle, non vi pu essere in questa ipotesi n vera societ, n corpo politico, n altra legge, senonch quella del pi forte. 2 Che queste parole forte e debole sono equivoche nel secondo caso; che nell'intervallo che si trova fra lo stabilimento del diritto di propriet, o del primo occupante, e quello dei governi politici, il senso di questi termini  meglio espresso da quelli di povero e di ricco, perch in fatti avanti le leggi non aveva un uomo altri mezzi per assoggettare i suoi eguali, senonch nell'attaccare i loro beni, o nel far loro qualche parte dei suoi. 3 Che i poveri non avendo nulla a perdere oltre la libert, sarebbe stata questa per essi una gran folla di privarsi volontariamente del solo bene che gli restava, per niente guadagnare nel cambio; che al contrario essendo i ricchi, per cos dire, sensibili in tutte le parti de' loro beni, egli era molto pi facile di far loro del male, che avevano per conseguenza maggiori precauzioni da prendere per garantirsene; e che in fine egli  ragionevole il credere, che una cosa sia stata inventata da quelli a' quali reca utile, piuttosto che da quelli cui fa danno.
Il nascente governo non ebbe una forma costante e regolare: la mancanza di filosofia e di esperienza non fasciava vedere che gli inconvenienti presenti, e non si pensava a porger rimedio agli altri, senonch a misura che si presentavano. Ad onta de' travagli dei pi saggi legislatori, lo stato politico rest sempre imperfetto, perch essendo quasi l'opera dell'azzardo, ed essendo stato mal principiato, il tempo nello scoprire i difetti, e nel suggerire i rimedj, non pot giammai riparare i vizj della costituzione: si raccomodava continuamente, in vece che conveniva nettar prima il suolo, ed allontanare tutti i vecchi materiali, come fece Licurgo a Sparta, per innalzare poi un buon edifizio. La societ non consist dapprincipio, che in alcune generali convenzioni, le quali s'impegnarono tutti i particolari di osservare, e la di cui comunit si rendeva garante verso ciascuno di essi. Bisogn che l'esperienza mostrasse quanto era debole una tale costituzione, e quanto era facile agli infrattori di evitar la convenzione, o il castigo delle colpe, di cui il pubblico solo doveva essere il testimonio e il giudice; bisogn che fosse in mille maniere delusa la legge; bisogn che si moltiplicassero continuamente gli inconvenienti e i disordini, perch si pensasse infine a confidare ad alcuni particolari il pericoloso deposito dell'autorit pubblica; e che si commettesse a magistrati la cura di far osservare le deliberazioni del popolo: avvegnach il dire che i capi furono scelti prima che fatta fosse la confederazione, e che i ministri delle leggi esistessero avanti delle leggi medesime, una supposizione  questa che non  permesso di seriamente combattere.
Non sarebbe neppure pi ragionevole il credere che i popoli si sieno subito gettati nelle braccia di un assoluto padrone, senza condizioni e senza riparo, e che il primo mezzo che abbiano avuto uomini fieri e indomabili per provvedere alla comune sicurezza, sia stato quello di precipitarsi nella schiavit. In fatti, perch si sono essi fatti de' superiori, se non per esser difesi contro l'oppressione, e protetti i loro beni, le loro libert; le loro vite, che sono, per cos dite, gli elementi costitutivi del loro essere? Ora nelle relazioni da uomo a uomo, il peggio che potesse succedere ad uno, essendo quello di vedersi alla discrezione di un altro, non sarebbe stato contro il buon senso il cominciar dallo spogliarsi fra le mani di un capo delle sole cose, per la conservazione delle quali essi avevano bisogno del loro soccorso? Qual equivalente avrebbe egli potuto offrir loro per la concessione di un s bel diritto? e se avesse osato di esigerlo sotto pretesto di difenderli, non avrebbe egli ben presto ricevuta la risposta dell'apologo; Che ci far di pi l'inimico? Egli  dunque incontestabile, e questa  la massima fondamentale d'ogni diritto politico, che i popoli si sono dati de' capi per difendere la loro libert, e non per assoggettarsi. Se noi abbiamo un principe, diceva Plinio a Traiano, egli  affinch ci preservi dall'avere un padrone.
I politici fanno sull'amore della libert i medesimi sofismi che i filosofi hanno fatti sullo stato di natura; dalle cose che veggono, giudicano delle cose differentissime che non hanno giammai vedute, ed attribuiscono agli uomini una inclinazion naturale alla servit, dalla pazienza colla quale quelli che hanno sotto gli occhi sopportano la loro, senza pensare ch'egli  della libert, come della innocenza e della virt, di cui non si sente il prezzo se non che in quanto le si posseggono, e di cui se ne perde il gusto tosto che le si sono perdute. "Io conosco le delizie del tuo paese, diceva Brasida ad un satrapo che paragonava la vita di Sparta a quella di Persepoli, ma tu non puoi conoscere i piaceri del mio".
Come un indomito corsiere arriccia i crini, batte la terra co' piedi, ed impetuosamente si scuote al solo avvicinamento del morso, frattanto che un cavallo instruito soffre pazientemente la verga e lo sprone, cos l'uomo barbaro non piega la sua testa al giogo che l'uomo incivilito porta senza mormorare, e preferisce la pi burrascosa libert ad un tranquillo assoggettamento. Non  dunque dall'avvilimento de' popoli sommessi che bisogna giudicare delle disposizioni naturali dell'uomo pendenti, o contrarie alla servit, ma dai prodigi che hanno fatto tutti i popoli liberi per garantirsi dall'oppressione. Io so che i primi non fanno che vantar continuamente la pace ed il riposo di cui godono ne' loro ferri, e che miserrimam servitutem pacem appllant: ma quando veggo gli altri sacrificare i piaceri, il riposo, la ricchezza, la potenza, e la vita stessa alla conservazione di questo solo bene, dispregiato da quelli che lo hanno perduto; quando veggo degli animali nati liberi, e abborrendo la cattivit rompersi la testa nei ferri della loro prigione; quando veggo una moltitudine di selvaggi affatto nudi sprezzar gli europei piaceri, ed affrontar la fame, il fuoco, il ferro e la morte, per non conservare che la loro indipendenza, io sento che non appartiene agli schiavi il ragionare di libert.
Quanto alla paterna autorit, da cui molti hanno fatto derivare il governo assoluto e tutta la societ, senza ricorrere alle prove contrarie di Locke e di Sidney, basta di rimarcare, che nulla pi  lontano dallo spirito feroce del dispotismo, quanto la dolcezza di questa autorit, la quale riguarda pi all'avvantaggio di quello che obbedisce, che all'utilit di quello che comanda; che per legge di natura il padre non  il padrone del figlio che per tanto tempo quanto gli  necessario il suo soccorso; che al di l di questo termine essi divengono uguali, e che allora il figlio, perfettamente indipendente dal padre, gli deve aver del rispetto e non dell'obbedienza, posciach la riconoscenza  bens un dovere che bisogna rendere, ma non gi un diritto che si possa esigere. In vece di dire che la societ civile deriva dalla podest paterna, bisognava al contrario dire che da essa questa podest trae la sua principal forza. Un individuo non fu riconosciuto per il padre di molti, che quando essi restarono uniti attorno di lui: i beni del padre, di cui egli  veramente il padrone, sono i vincoli che ritengono i figliuoli nella sua dipendenza, ed egli pu non dargli parte alla sua successione che a proporzione ch'essi avranno ben meritato da lui per una continua riverenza alle sue volont. Ora, lungi che abbiano i sudditi d'aspettare un qualche simil favore dal loro despota; come essi propriamente gli appartengono, essi e tutto ci che posseggono, o almeno ch'egli cos pretende, sono ridotti a ricevere come un favore ci che gli lascia del loro proprio bene; egli fa giustizia quando li spoglia; egli fa grazia quando li lascia vivere.
Continuando ad esaminare cos i fatti per il dritto, non si troverebbe nulla pi di solidit che di verit nello stabilimento volontario della tirannia; e sarebbe difficile di mostrare la validit di un contratto, il quale non obbligasse che una delle parti, ove si mettesse tutto da una parte, e nulla dall'altra, e che non tendesse che al pregiudizio di quello che s'impegna. Questo odioso sistema  ben lontano dall'essere neppure al d d'oggi quello de' saggi e buoni monarchi, e sovra tutto dei re di Francia, come si pu vedere in diversi luoghi de' loro editti, ed in particolare nel seguente passaggio di uno scritto celebre pubblicato nel 1667, a nome e per ordine di Luigi XIV.
"Che non si dica dunque che il sovrano non sia soggetto alle leggi dello Stato, poich la contraria proposizione  una verit del dritto delle genti, che l'adulazione ha qualche volta attaccata, ma che i buoni principi hanno sempre difesa come una divinit tutelare de' loro Stati. Quanto egli  pi legittimo il dire con il saggio Platone, che la perfetta felicit di un regno si , che un principe sia obbedito da' suoi sudditi, che il principe obbedisca alla legge, e che la legge sia retta, e sempre diretta al pubblico bene!"
Io non mi fermer a ricercare se, la libert essendo la pi nobile delle facolt dell'uomo, ci non sia un degradare la sua natura, mettendosi a livello delle bestie schiave dell'istinto, un offendere l'autore del suo essere, rinunziando senza riserva al pi prezioso di tutti i suoi doni, quanto lo  il sottomettersi a commettere tutti i delitti ch'ei ci proibisce, per compiacere un padrone feroce, o insensato; e se questo sublime artefice deve esser pi irritato nel veder distruggere, che disonorare la sua pi bell'opra. Dimander solamente con qual dritto quelli che non hanno temuto d'avvilirsi loro stessi fino a questo punto, hanno potuto sottomettere la loro posterit alla medesima ignominia, e rinunziare per essa a que' beni ch'essa non tiene dalla loro liberalit, e senza i quali la vita medesima  gravosa a tutti quelli che ne sono degni.
Puffendorfio dice che nella stessa guisa che si trasferiscono i suoi beni ad altrui per mezzo delle convenzioni e de' contratti, nella stessa maniera si pu ancora spogliarsi della propria libert a favore di alcuno. Questo mi sembra un cattivissimo ragionamento: conciossiach in prima il bene ch'io alieno mi diventa una cosa tutto affatto straniera, ed il di cui abuso mi  indifferente; ma m'importa che non si abusi di mia libert, e non posso, senza rendermi colpevole dcl male che mi sforzeranno di fare, espormi a diventar l'istrumento del delitto: di pi, il diritto di propriet non essendo che di convenzione e d'istituzione umana, ogni uomo pu disporre a sua voglia di ci che possede; ma egli non  lo stesso dei doni essenziali della natura, tali che la vita e la libert, de' quali  permesso a ciascuno di godere, e de' quali egli  almeno dubbioso che si abbia il dritto di spogliarsene. Nel privarsi dell'una si degrada il suo essere; e nel privarsi dell'altro si annichila, per quanto  in se, questo essere: e come non c' alcun bene temporale che possa compensar l'una e l'altra, sarebbe perci un offendere nello stesso tempo la natura e la ragione nel rinunziarvi a qualunque prezzo che ci fosse. Ma quand'anche si potesse alienar la sua libert come i suoi beni, la differenza sarebbe grandissima per i figliuoli, i quali non godono de' beni del padre che per transmissione del suo diritto; in vece che la libert essendo un dono che tengono dalla natura in qualit d'uomini, i loro parenti non hanno avuto diritto alcuno di spogliarneli: di maniera che come per istabilire la schiavit convenne far violenza alla natura, cos convenne cambiarla per istabilir questo diritto; e i giurisconsulti che hanno gravemente deciso che il figliuolo di una schiava nascerebbe schiavo, hanno deciso in altri termini che un uomo non nascerebbe uomo.
Mi sembra dunque certo, che non solamente i governi non abbiano cominciato dal potere arbitrario, il quale non  che la corruzione, l'estremo termine, ed il quale li riconduce alla fine alla sola legge del pi forte, di cui essi furono nel principio il rimedio; ma che quand'anche avessero cos cominciato, questo potere essendo di sua natura illegittimo, non ha potuto servire di fondamento ai dritti della societ, n per conseguenza alla ineguaglianza d'instituzione.
Senza entrar oggi nelle ricerche che sono ancora da farsi sulla natura del patto fondamentale di ogni governo, io mi ristringo, seguendo l'opinione comune, a considerar qui lo stabilimento del corpo politico come un vero contratto fra il popolo ed i capi ch'egli si ha scelti; contratto per cui s'obbligano le due parti contraenti all'osservazione delle leggi che vi sono stipulate, e che formano i vincoli della loro unione. Avendo il popolo, riguardo alle relazioni sociali, riunito tutte le sue volont in una sola, tutti gli articoli sui quali questa volont si spiega, diventano altrettante leggi fondamentali, le quali obbligano tutt'i membri dello stato senza eccezione, ed una delle quali leggi regola la scelta ed il potere de' magistrati incaricati di vegliare all'esecuzione delle altre. Questo potere si estende a tutto ci che pu mantenere la costituzione, senza giugner per mai a cambiarla. Vi si uniscono degli onori che rendono rispettabili le leggi e i loro ministri, e per questi personalmente, delle prerogative che li compensano dei penosi travagli che costa una buona amministrazione. Il magistrato, dal suo canto, si obbliga di non usare del potere che gli  stato confidato se non che secondo l'intenzione dei committenti, di mantener ciascuno nel pacifico godimento di ci che gli appartiene, e di preferire in ogni occasione l'utilit pubblica al suo proprio interesse.
Prima che l'esperienza avesse mostrato, o che la cognizione del cuor umano avesse fatto prevedere gli abusi inevitabili di una tal costituzione, ella dov parere tanto pi migliore, quanto che quelli ch'erano incaricati di vegliare alla sua conservazione vi erano eglino stessi i pi interessati: imperciocch la magistratura ed i suoi diritti non essendo stabiliti che sulle leggi fondamentali, tosto che fossero distrutte; i magistrati avrebbero cessato d'essere legittimi, il popolo non sarebbe state pi tenuto di loro obbedire; e come non sarebbe stato il magistrato, ma la legge che avrebbe costituito l'essenza dello Stato, ciascuno sarebbe rientrato di diritto nella sua naturale libert.
Per poco che vi si riflettesse attentamente, ci si proverebbe con delle nuove ragioni; e dalla natura del contratto si vedrebbe che non potrebbe essere irrevocabile; poich se non vi fosse un poter superiore, il quale potesse esser garante della fedelt dei contrattanti, n sforzarli ad adempire i loro reciprochi impegni, le parti resterebbero sole i giudici nella loro propria causa, e ciascuna di esse avrebbe sempre il dritto di rinunziare al contratto tosto che trovasse che l'altra ne avesse infrante le condizioni, o che queste cessassero di convenirgli. Su questo principio sembra che possa essere fondato il dritto di abdicare. Ora, a non considerare, come noi facciamo, che l'instituzione umana, se il magistrato, il quale ha tutto il potere nelle sue mani, ed il quale si appropria tutti i vantaggi del contratto, aveva ci nonostante il dritto di rinunziare all'autorit; con ragion pi forte il popolo, il quale paga tutti i falli de' capi, dovrebbe avere il dritto di rinunziare alla dipendenza. Ma le spaventevoli dissensioni, gli infiniti disordini che necessariamente strascinerebbe questo pericoloso potere, mostrano pi che ogni altra cosa quanto gli umani governi avevano bisogno di una base pi solida che la sola ragione; e quante era necessario al pubblico riposo che v'intervenisse la volont divina per dare alla sovrana autorit un carattere sacro ed inviolabile, che levasse ai sudditi il funesto diritto di disporne. Quando la religione non avesse fatto che questo bene agli uomini, ci basterebbe perch tutti dovessero amarla e adottarla, anche coi suoi abusi, poich ella risparmia pi sangue, che non ne spande il fanatismo: ma seguitiamo il filo della nostra ipotesi.
Le diverse forme de' governi traggono la loro origine dalle differenze pi, o meno grandi che si trovarono fra i particolari al momento dell'istituzione. Un uomo era egli eminente in potere, in virt, in ricchezze, o in credito?egli fu solo eletto magistrato, e lo stato divenne monarchico. Se molti a un dipresso eguali fra di loro, prevalevano su tutti gli altri, essi furono unitamente detti, e si ebbe un'aristocrazia. Quelli, la cui fortuna, o talenti erano meno disproporzionati, e che si erano meno allontanati dallo stato di natura, guardarono in comune la suprema amministrazione, e formarono una democrazia. Il tempo verific quale di queste forme era la pi vantaggiosa agli uomini. Gli uni restarono unicamente soggetti alle leggi, gli altri obbedirono ben presto a dei padroni: i cittadini vollero guardare la loro libert, i sudditi non pensarono che a levarla a' loro vicini, non potendo soffrire che altri godessero di un bene che essi pi non godevano: in una parola, da un lato furono le ricchezze e le conquiste, e dall'altro la felicit e la virt.
In tutti questi diversi governi, tutte le magistrature furono nel principio elettive; e quando non prevaleva la ricchezza, la preferenza era data al merito, il quale d un ascendente naturale, ed alla et, la quale d l'esperienza negli affari, ed il sangue freddo nelle deliberazioni. I vecchioni degli Ebrei, i geronti di Sparta, il senato di Roma, e l'etimologia stessa della nostra parola signore, mostrano quanto era altre volte rispettabile la vecchiezza. Quanto pi le elezioni cadevano su degli uomini avanzati in et, tanto pi esse diventavano frequenti, e tanto pi si facevano sentire i loro imbarazzi: i brogli s'introdussero, si formarono le fazioni, s'inasprirono i partiti, le guerre civili si accesero; alla fine il sangue de' cittadini fu sacrificato alla pretesa felicit dello Stato, e si fu sul momento di ricadere nell'anarchia de' tempi anteriori. L'ambizione dei principali profitt di queste circostanze per perpetuare le cariche nelle loro famiglie: il popolo accostumato gi alla dipendenza, al riposo, ed ai comodi della vita, e gi fuor di stato di spezzar le sue catene, acconsent di lasciar accrescere la sua servit per istabilire la sua tranquillit; e cos i capi diventati ereditarj s'avvezzarono a riguardare la loro magistratura come un bene di famiglia, a riguardar se medesimi come i proprietarj dello Stato di cui non erano al principio che offiziali, a chiamare i loro concittadini loro schiavi, a contarli come un gregge nel numero delle cose che gli appartengono, ed a chiamar se stessi eguali agli dei, e re dei re.
Se noi seguitiamo i progressi dell'ineguaglianza in queste differenti rivoluzioni, troveremo che lo stabilimento della legge e del dritto di propriet fu il suo primo termine, l'istituzione della magistratura il secondo, che il terzo ed ultimo fu il cambiamento del potere legittimo in potere arbitrario, in guisa che lo stato di ricco e di povero fu autorizzato dalla prima epoca, quello di potente e di debole dalla seconda, e dalla terza quello di padrone e di schiavo, il quale  l'ultimo grado dell'ineguaglianza, ed il termine al quale tendono al fine tutti gli altri, finoch novelle rivoluzioni disciolgano tutto affatto il governo, o lo avvicinino alla legittima costituzione.
Per comprendete la necessit di questi progressi, convien considerare meno i motivi dello stabilimento del corpo politico, che la forma ch'egli prende nella sua esecuzione, e gli inconvenienti che seco lui strascina: avvegnach i vizj che rendono necessarie le istituzioni sociali sono le medesime che ne rendono inevitabile l'abuso; e come (eccettuata la sola Sparta, ove la legge principalmente vegliava alla educazione dei fanciulli, e dove Licurgo stabil dei costumi, i quali lo dispensavano quasi dall'aggiugnere delle leggi, le quali in generale men forti che le passioni, contengono gli uomini senza cambiarli) sarebbe facile di provare che ogni governo, il quale senza corrompersi n alterarsi camminasse sempre esattamente secondo il fine della sua istituzione, sarebbe stato istituito senza necessit; e che un paese ove alcuno non eludesse le leggi, e non abusasse della magistratura, non avrebbe bisogno n di magistrati, n di leggi.
Le distinzioni politiche conducono necessariamente le distinzioni civili. Crescendo l'ineguaglianza fra il popolo ed i suoi capi, si fa ben presto sentire fra i particolari, e vi si modifica in mille maniere, secondo le passioni, i talenti, le occorrenze. Il magistrato non potrebbe usurpare un illegittimo potere senza farsi delle creature, alle quali  sforzato di cederne una qualche parte. Dall'altro canto, i cittadini non si lasciano opprimere se non in quanto strascinati da una cicca ambizione; e riguardando pi al disotto che al disopra di essi, il dominio diventa loro pi caro che l'indipendenza, ed acconsentono di portar le catene per poter eglino pure farne portare agli altri. Egli  difficilissimo di ridurre all'obbedienza quello che non cerca di comandare, ed il pi accorto politico non arriverebbe ad assoggettare degli uomini i quali non volessero ch'esser liberi; ma l'ineguaglianza facilmente si stende fra le anime ambiziose e vili, sempre pronte a correre i rischi della fortuna, ed a dominare, o a servire quasi indifferentemente, secondo che gli diventa favorevole, o contraria. In questa guisa dov venire un tempo in cui gli occhi del popolo fossero affascinati a tal punto, che i suoi conduttori non avessero che a dire al pi piccolo degli uomini, sii grande tu, e tutta la tua razza, tosto egli pareva grande a ciascuno, come pure ai suoi proprj occhi, ed i suoi discendenti s'innalzavano ancora a misura che si allontanavano da esso; pi era rimota ed incerta la causa, pi accresceva l'effetto; quanti pi sfaccendati si potevano contare in una famiglia, tanto pi essa diventava illustre.
Se fosse questo il luogo d'entrare in dettagli, facilmente spiegherei come divenne inevitabile fra i particolari l'ineguaglianza di credito e di autorit, tostoch(17) riuniti in una medesima societ, sono costretti di paragonarsi fra loro, e di tener conto delle differenze che trovano nel continuo uso ch'essi hanno da fare gli uni degli altri. Queste differenze sono di pi sorte; ma in generale la ricchezza, la nobilt, o il rango, la potenza, o il merito personale, essendo le principali distinzioni colle quali si misurano gli uomini nella societ, proverei che l'accordo, o il conflitto di queste diverse forze  l'indicazione la pi sicura d'uno Stato bene, o mal costituito; farei vedere che fra queste quattro sorte d'ineguaglianza, le qualit personali essendo l'origine di tutte le altre, la ricchezza  l'ultima alla quale in fine si riducono, perch essendo la pi immediatamente utile al ben essere, e la pi facile a comunicarsi, se ne usa pi facilmente per comperare tutto il resto: osservazione che pu far giudicare esattamente della misura con cui ciascun popolo si  allontanato dalla sua primitiva istituzione, e del cammino ch'egli ha fatto verso l'estremo termine della corruzione. Rimarcherei quanto questo universal desiderio di reputazione, d'onori, e di preferenze, onde tutti siamo divorati, esercita e paragona i talenti e le forze; quanto egli ecciti e moltiplichi le passioni, e rendendo tutti gli uomini concorrenti, rivali, o piuttosto inimici, quanto egli cagioni ogni giorno sventure, successi, e catastrofe d'ogni specie nel far correre il medesimo arringo a tanti pretendenti. Mostrerei che questo ardore di far parlar di noi, questo furore di distinguerci,  quello che ci tiene continuamente fuori di noi, che noi gli dobbiamo ci che abbiamo di migliore e di peggio fra gli uomini, le nostre virt e i nostri vizj, le nostre scienze e i nostri errori, i nostri conquistatori e i nostri filosofi; cio a dire, una moltitudine di cattive cose sovra un piccolo numero di buone. Proverei in fine, che se si vede un pugno di potenti e di ricchi al colmo delle grandezze e della fortuna, frattanto che la folla striscia nella oscurit e nella miseria, egli  perch i primi non istimano le cose di cui godono se non in quanto gli altri ne sono privi; e che, senza cambiare stato, essi cesserebbero di esser felici, se il popolo cessasse d'esser miserabile.
Ma queste particolarit sarebbero esse sole materia di un'opera considerabile, in cui si peserebbero i vantaggi e gl'inconvenienti d'ogni governo, relativamente ai dritti dello stato di natura, ed ove si svelerebbero tutti i differenti aspetti, sotto i quali si  mostrata finora l'ineguaglianza; e potr mostrarsi nei secoli, secondo la natura di questi governi, e le rivoluzioni che necessariamente vi condurr il tempo. Si vedrebbe la moltitudine oppressa al di dentro da un seguito di precauzioni ch'ella stessa aveva prese contro ci che la minacciava al di fuori: si vedrebbe continuamente accrescere l'oppressione, senza che gli oppressi potessero giammai sapere qual sarebbe il loro termine, n quali mezzi legittimi gli resterebbero per fermarla: si vedrebbero estinguersi a poco a poco i diritti de' cittadini e le libert nazionali, e trattati da sediziosi tumulti i clamori de' deboli: si vedrebbe la politica ristringere a una porzione mercenaria del popolo l'onore di difendere la causa comune: si vedrebbe da questa scaturire la necessit delle imposizioni, il coltivatore avvilito abbandonare il suo campo durante pure la pace, e lasciar l'aratro per cinger la spada: si vedrebbero nascere le regole funeste e bizzarre del punto di onore: si vedrebbero i difensori della patria diventarne tosto, o tardi gl'inimici, tener continuamente levato il pugnale sulle teste dei concittadini; e verrebbe un tempo in cui si udirebbe dire all'oppressore del loro paese:
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Pectore si fratris gladium juguloque parentis
Condere me jubeas, gravidaque in viscera partu
Conjugis, invita peragam tamen omnia dextra.
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Dalla estrema ineguaglianza delle condizioni e delle fortune, dalla diversit delle passioni e dei talenti, dalle arti inutili, dalle arti perniciose, dalle scienze frivole uscirebbero una folla di pregiudizj egualmente contrarj alla ragione, alla felicit, ed alla virt. Si vedrebbe fomentar dai capi tutto ci che pu indebolire uomini riuniti, disunendoli; tuttoci che pu dare alla societ un'aria di apparente concordia, e gettarvici il germe d'una real divisione, tuttoci che pu ispirare ai differenti ordini una diffidenza ed un mutuo odio dall'opposizione dei loro diritti e dei loro interessi, e fortificare per conseguenza quel potere dal quale sono tutti repressi.
Dal seno di questo disordine e dalle sue rivoluzioni il dispotismo  quello, il quale innalzando per gradi l'orrida testa, e divorando tuttoci che gli avrebbe paruto di buono e di sano in tutte le parti dello Stato, arriverebbe in fine a calpestare co' piedi le leggi e il popolo, e a stabilirsi sulle rovine della repubblica. I tempi che precederebbero quest'ultimo cambiamento, sarebbero tempi di turbolenze e di calamit; ma alla fine tutto sarebbe ingoiato dal mostro; ed i popoli non avrebbero pi n capi, n leggi, ma solo de' tiranni. Da questo istante cesserebbe ancora d'esservi pi questione di costumi e di virt; avvegnach per tutto ove regna il despotismo, cui ex honesto nulla est spes, egli non soffre altro padrone; tostoch egli parla, non  da consultarsi n probit, n dovere; e la pi cieca obbedienza  la virt che resta agli schiavi.
Questo  l'ultimo termine dell'ineguaglianza, ed il punto estremo che chiude il cerchio, e tocca il punto da dove noi siamo partiti. Quivi  dove tutti i particolari ritornano uguali, perch essi sono un nulla, ed i sudditi non avendo pi altra legge che la volont del padrone, n il padrone altra regola che le sue passioni, le nozioni del bene e i principi della giustizia nuovamente svaniscono. Egli  qui dove tutto si riconduce alla sola legge del pi forte, e per conseguenza ad un novello stato di natura, differente da quello per cui abbiamo noi cominciato, in ci che l'uno era lo stato di natura nella sua purezza, e che quest'ultimo  il frutto di un eccesso di corruzione. Dall'altro canto vi  s poca differenza fra questi due stati, ed il contratto di govern  talmente disciolto dal despotismo, che il despota non  il padrone che fino a tanto che egli n' il pi forte; e che s tosto che si pu scacciarlo, ei non pu reclamare contro la violenza. La sollevazione, la quale finisce dallo strangolare, o dal detronare un sultano, egli  un atto tanto giuridico, quanto quelli per i quali egli disponeva il giorno innanzi della vita e dei beni de' suoi sudditi. La sola forza lo manteneva, la sola forza lo rovescia. Ogni cosa passa cos secondo l'ordine naturale; e qualunque possa esser l'avvenimento di queste brevi e frequenti rivoluzioni, non v' alcuno che lamentare si possa dell'altrui ingiustizia, ma solamente della sua imprudenza, o della sua sventura.
Nello scoprire e seguire cos le strade dimenticate e perdute, le quali dallo stato naturale hanno dovuto condur l'uomo allo stato civile; nel ristabilire, colle posizioni intermedie ch'io ho marcate, quelle che il tempo il quale mi manca, mi ha fatto sopprimere, o che l'immaginazione non mi ha suggerite; ogni attento lettore non potr che restare colpito, dall'immenso spazio che questi due stati divide. In questa lenta successione di cose egli vedr la soluzione d'una infinit di problemi di morale e di politica, che i filosofi non possono risolvere. Egli sentir che il genere umano di una et, non  il genere umano di un'altra et, la ragione per cui Diogene non trovava uomini, egli  perch fra i suoi contemporanei cercava l'uomo di un tempo che pi non era. Catone, dir egli, per con Roma e colla libert, perch egli fu alieno nel suo secolo; ed il pi grande degli uomini non fece che stupire il mondo, il quale cinquecent'anni prima avrebbe governato. In una parola, egli spiegher come l'anima e le passioni umane insensibilmente si alterino e cambino, per cos dire, di natura: perch i nostri bisogni e i nostri piaceri cangino a lungo andare di oggetto; perch l'uomo originale per gradi svanendo, la societ non offre pi agli occhi del saggio che un'unione di uomini artificiali, e di fattizie passioni, le quali sono l'opera di tutte queste novelle relazioni, e che non hanno alcun vero fondamento nella natura. Ci che su tal proposito la riflessione c'insegna, lo conferma perfettamente l'osservazione. L'uomo selvaggio e l'uomo politico differiscono talmente per il fondo del cuore e delle inclinazioni, che ci che fa la felicit suprema dell'uno, ridurrebbe l'altro alla disperazione. Non respira il primo che il riposo e la libert, egli non vuole che vivere e restar ozioso; e la stessa atarassia dello stoico non s'avvicina alla sua profonda indifferenza per ogn'altro oggetto. All'opposto, il cittadino sempre attivo, suda, s'agita, si tormenta continuamente per cercare delle occupazioni ancor piu faticose: egli travaglia fino alla morte, anzi vi corre per mettersi in istato di vivere, o rinunzia alla vita per acquistare l'immortalit. Fa la corte a' grandi che odia, ed ai ricchi ch'ei disprezza; nulla risparmia per ottener l'onore di servirli; si vanta orgogliosamente della sua bassezza e della loro protezione; e fiero di sua schiavit parla con isdegno di quelli che non hanno l'onore d'esserne a parte. Quale spettacolo per un Caraibo i penosi ed invidiati travagli d'un ministro europeo? Quante morti crudeli non preferirebbe quell'indolente selvaggio all'orrore di una simil vita, la qual sovente non  nemmen raddolcita dal piacere di ben fare! Ma per vedere il fine di tante cure, bisognerebbe che queste parole potenza e riputazione avessero un senso nel di lui spirito; ch'egli imparasse che v' una sorta d'uomini, i quali contano per qualche cosa i riguardi del resto dell'universo; che sanno esser felici e contenti di se medesimi sulla testimonianza degli altri, piuttosto che sulla loro propria. Tal  in fatti la vera causa di tutte queste differenze: il selvaggio vive in lui medesimo; l'uomo sociale, sempre fuori di se, non sa vivere che nell'opinione degli altri, ed , per cos dire, dal loro solo giudizio ch'egli trae il sentimento di sua propria esistenza. Non tocca al mio oggetto di mostrare come da una tal disposizione nasca tanta indifferenza per il bene e per il male, con tanti belli discorsi di morale; come tutto riducendosi alle apparenze, il tutto diventa fattizio e rappresentato; onore, amicizia, virt, e sovente fino i vizj stessi, de' quali si trova alfine il secreto di gloriarsi; come, in una parola, dimandando sempre agli altri ci che noi siamo, e non osando giammai interrogar su ci noi stessi, nel mezzo di tanta filosofia, umanit, politezza, e sublimi massime, noi non abbiamo che un esterno ingannevole e frivolo, dell'onore senza virt, della ragione senza saviezza, e del piacere senza felicit. Mi basta di aver provato non esser questo lo stato originale dell'uomo; e che il solo spirito della societ, e l'ineguaglianza ch'ella genera son quelli i quali cambiano ed alterano cos tutte le nostre naturali inclinazioni.
Ho procurato di esporre l'origine e i progressi dell'ineguaglianza, lo stabilimento e l'abuso delle politiche societ, per quanto queste cose possono dedursi dalla natura dell'uomo per i soli lumi della ragione, ed indipendentemente dai dogmi sacri i quali danno alla sovrana autorit la sanzione del dritto divino. Segue dal fin qui esposto, che l'ineguaglianza essendo quasi nulla nello stato di natura, trae la sua forza ed il suo accrescimento dallo sviluppo delle nostre facolt, e dai progressi dello spirito umano, e diventa in fine stabile e legittima per lo stabilimento della propriet e delle leggi. Segue ancora che l'ineguaglianza morale, autorizzata dal solo diritto positivo,  contraria al dritto naturale ogni volta ch'ella non concorre nella medesima proporzione coll'ineguaglianza fisica: distinzione che determina a sufficienza ci che si deve pensare a questo riguardo di quella sorte d'ineguaglianza, che regna fra tutti i popoli politi; poich egli  contro la legge di natura, di qualunque maniera ch'ella si definisca, che un fanciullo comandi a un vecchio, che un pazzo conduca un uomo saggio, e che un pugno di persone abbondino di superfluit, frattanto che l'affamata moltitudine manca del necessario.
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FINE.
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NOTE AL DISCORSO.
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(a) Gran fiume nell'America meridionale nella terraferma, il quale nasce nel Popaya, e sbocca nel mare per 16 foci principali.
(1) Il cangiamento che un lungo uso di camminare su due piedi ha potuto produrre nella conformazione dell'uomo, i rapporti che si osservano ancora fra le di lui braccia e le gambe anteriori de' quadrupedi, e l'induzione tratta dalla loro maniera di camminare, hanno potuto far nascere dei dubbi sopra quella che doveva esserci la pi naturale. Tutti i fanciulli cominciano dal camminare a quattro piedi ed hanno bisogno del nostro esempio e delle nostre lezioni per imparare a tenersi dritti. Vi sono pure delle nazioni selvagge, tali che gli Ottentotti, i quali negligendo molto i fanciulli, li lasciano camminare sulle mani s lungo tempo, che hanno in seguito molto difficolt a raddrizzarli; lo stesso fanno i fanciulli dei Caraibi delle Antille. Vi sono molti esempj di uomini quadrupedi, e potrei citar fra gli altri l'esempio di quel fanciullo che fu trovato nel 1344 vicino a Hesse, ove era stato nudrito dai lupi, ed il quale diceva dopo alla corte del principe Enrico, che se avesse dipenduto da lui, egli avrebbe preferito di ritornare fra quelli, che di vivere fra gli uomini. Egli aveva talmente presa l'abitudine di camminare come codesti animali, che convenne attaccargli dei pezzi di legno, i quali lo sforzavano a tenersi dritto ed in equilibrio sovra i di lui piedi. Era lo stesso del fanciullo che si trov nel 1694 nelle foreste della Lituania, e il quale viveva fra gli orsi. Egli non dava, dice il signor di Condillac, verun indizio di ragione, camminava sovra i suoi piedi e sovra le sue mani, non aveva verun linguaggio, e formava dei suoni che in nulla rassomigliavano a quelli di un uomo. Il piccolo selvaggio di Annover, il quale, molti anni sono, fu condotto alla corte d'Inghilterra, aveva le maggiori difficolt nell'assoggettarsi a camminare su due piedi; e si trovarono nel 1719 due altri selvaggi nei Pirenei, i quali correvano per le montagne alla maniera de' quadrupedi. Quanto a ci che si potrebbe obbiettare, che con ci sarebbe un privarsi dell'uso delle mani dalle quali tiriamo tanti vantaggi, oltre che l'esempio delle scimie mostra che la mano pu molto bene essere impiegata di due maniere, ci proverebbe soltanto che l'uomo pu dare a' suoi membri una destinazione pi comoda che quella della natura, e non che la natura abbia destinato l'uomo a camminare in diversa maniera di quella ch'essa gl'insegna.
 Ma mi sembra esservi assai migliori ragioni da dire, onde sostenere essere l'uomo un bipede. Primieramente quando si facesse vedere aver potuto essere da principio conformato diversamente da quel che noi lo vediamo, e nonostante divenire alfine ci ch'egli  adesso, ci non sarebbe bastante per concludere essersi ci fatto in tal maniera: imperciocch dopo aver mostrata la possibilit di codesti cangiamenti, converrebbe ancora, prima di ammetterli, mostrarne almeno la verisimiglianze. Di pi, se le braccia sembrano avergli potuto servire di gambe all'occorrenza, questa  la sola osservazione favorevole a codesto sistema, a fronte di un gran numero d'altre che gli sono contrarie. Le principali sono: che la maniera con cui la testa dell'uomo  attaccata al suo corpo, in vece di dirigere la sua vista orizzontalmente come l'hanno tutti gli altri animali, e come la ha egli stesso camminando diritto, egli avrebbe tenuto, camminando a quattro piedi, gli occhi direttamente fissi verso la terra, situazione pochissimo favorevole alla conservazione dell'individuo; che la coda che gli manca, e di cui non ne ha bisogno camminando a due piedi,  utile ai quadrupedi, e che alcuno di essi non ne  privo; che il seno della femmina benissimo situato per un bipede il qual tiene il suo fanciullo nelle sue braccia, lo  s male per un quadrupede, che non ve n' alcuno che lo abbia collocato di tal maniera; che l'andatura di dietro essendo di una eccessiva altezza a proporzione delle gambe del dinanzi, lo che fa che camminando a quattro noi ci strasciniamo sulle ginocchia, il tutto avrebbe fatto un animale mal proporzionato, e moventesi poco comodamente; che se avesse appoggiato il piede piatto come la mano, egli avrebbe avuto nella gamba posteriore un'articolazione di meno che gli altri animali, cio quella che unisce il canone alla tibia; e che non appoggiando che la punta del piede, come sarebbe stato senza dubbio costretto di fare, il tarso, senza parlare della pluralit degli ossi che lo compongono, sembra troppo grosso per far le veci di canone, e le sue articolazioni con il metatarso e la tibia troppo vicine per dare alla gamba umana in tal situazione la medesima flessibilit che hanno quelle de' quadrupedi. L'esempio de' fanciulli essendo preso in una et in cui le forze naturali non sono ancora sviluppate n le membra assodate, non conclude nulla affatto, e si potrebbe altrettanto dire che i cani non sono destinati a camminare, perch non fanno che strascinarsi alcune settimane dopo la loro nascita. I fatti particolari hanno ancora poca forza contro la pratica universale di tutti gli uomini, e di quelle nazioni pure, le quali non avendo avuta veruna comunicazione colle altre, non hanno potuto nulla imitare di esse. Un fanciullo abbandonato in un bosco prima che possa camminare, e nutrito da qualche bestia, avr seguito l'esempio della sua nutrice esercitandosi a camminare come essa; l'abitudine avr potuto dargli delle facilit che non aveva avute dalla natura; e come i monchi giungono a forza di esercizio a fare co' loro piedi tutto ci che noi facciamo colle nostre mani, egli sar giunto alfine ad impiegare le sue mani ad uso de' piedi.
(2) Se si trovasse fra' miei lettori qualche cattivo fisico, che mi facesse delle difficolt sulla supposizione di codesta fertilit naturale della terra, sono a rispondergli col seguente passo.
 "Siccome i vegetabili traggono per la loro nutrizione maggior sostanza dall'aria e dall'acqua, che non ne traggono dalla terra, ne succede che, putrefacendosi, essi rendono alla terra pi di quello ne hanno tratto; d'altronde una foresta determina le acque della pioggia trattenendone i vapori. Quindi in un bosco che si conservasse lungo tempo senza toccarlo, il letto di terra che serve alla vegetazione crescerebbe considerabilmente; ma gli animali rendendo meno alla terra ch'essi non ne traggono, e facendo gli uomini un consumo enorme di legna e di piante per il fuoco e per altri usi, ne segue che il letto di terra vegetabile di un paese abitato deve sempre diminuire, e divenir al fine come il terreno dell'Arabia petrea, e come quello di tante altre provincie dell'Oriente, il quale  in fatti il clima il pi anticamente abitato, ove non si trova che del sale e della sabbia: poich il sale fisso delle piante e degli animali resta, frattanto che tutte le altre parti si volatilizzano. Buffon Stor. nat.''
 Si pu aggiugnere a questo la prova di fatto dalla quantit d'arbori e di piante di ogni specie, di cui erano ripiene quasi tutte le isole deserte che sono state scoperte in questi ultimi secoli, e da ci che l'istoria c'insegna delle immense foreste che convenne tagliare per tutta la terra a misura ch'essa si  popolata o polita. Sopra di che far ancora le tre seguenti rimarche. L'una, che se vi  una sorte di vegetabili che possano compensare la perdita di materia vegetabile che si fa dagli animali, secondo il ragionamento del sig. Buffon, questi sono sopra tutto gli arbori, le di cui teste e foglie riuniscono e si appropriano maggior quantit di acque e di vapori, che non fanno le altre piante. La seconda, che la distruzione del secolo, cio la perdita della sostanza propria alla vegetazione deve accelerarsi in proporzione che la terra  pi coltivata, e che gli abitanti pi industriosi consumano in maggior abbondanza le sue produzioni di ogni specie. La mia terza e pi importante rimarca  che i frutti degli alberi somministrano all'animale un nutrimento pi abbondante che non possono fare gli altri vegetabili, esperienza fatta da me stesso paragonando il prodotto di due terreni eguali in grandezza ed in qualit, l'uno coperto di castagnari, e l'altro seminato di frumento.
(3) Fra i quadrupedi, le due distinzioni le pi universali delle specie voraci si trasgono, l'una dalla figura dei denti, e l'altra dalla conformazione degli intestini. Gli animali i quali non vivono che di vegetabili, hanno tutti i denti piatti, come il cavallo, il bue, il montone, la lepre; ma i voraci li hanno appuntati, come il gatto, il cane, il lupo, la volpe. Ed in quanto agli intestini, i frugivori ne hanno alcuni tali che il colon, il quale non si trova negli animali voraci. Sembra adunque che l'uomo, avendo i denti e gli intestini come li hanno gli animali frugivori, dovrebbe essere naturalmente posto in questa classe; e non solo le osservazioni anatomiche confermano questa opinione, ma i monumenti dell'antichit vi sono ancora favorevolissimi. "Dicearco, dice s. Girolamo, racconta nei suoi libri delle antichit greche, che sotto il regno di Saturno, in cui la terra era ancor fertile da se stessa, verun uomo non mangiava carne, ma che tutti vivevano di frutti e di legumi, i quali crescevano naturalmente" (lib. 2 adv. Jovinian.). Si pu vedere da ci, ch'io trascuro molti vantaggi che potrei far valere. Imperciocch essendo la preda quasi l'unico soggetto del combattimento fra gli animali carnivori, e vivendo i frugivori in una pace continua, se la specie umana fosse di questo ultimo genere,  chiaro ch'essa avrebbe avuta maggior facilit per sussistere nello stato di natura, assai minori bisogni ed occasioni per sortirne.
(4) Tutte le cognizioni che chiedono della riflessione, tutte quelle che non si acquistano che coll'incatenamento delle idee, e non si perfezionano che successivamente, sembrano essere tutto affatto fuori della portata dell'uomo selvaggio; per mancanza di comunicazione coi suoi simili, cio per mancanza dell'istrumento che serve a questa comunicazione, e dei bisogni che la rendono necessaria. Il suo sapere e la sua industria si ristringono a saltare, correre, battersi, slanciare una pietra, scalare un albero. Ma se non sa che codeste cose, in cambio egli le sa assai meglio di noi, i quali non ne abbiamo lo stesso bisogno che lui; e come esse dipendono unicamente dall'esercizio del corpo, e non sono suscettibili di una comunicazione, n di verun progresso di un individuo all'altro, il primo uomo ha potuto essere tanto abile quanto i di lui ultimi discendenti.
 Le relazioni dei viaggiatori sono ripiene di esempj della forza e del vigore degli uomini appresso le nazioni barbare e selvagge; esse non vantano meno la loro destrezza e leggerezza; e come non vi abbisognano che degli occhi per osservare codeste cose, nulla si oppone dal prestar credenza a ci che certificano su tal proposito i testimonj oculari; ne traggo a sorte alcuni esempj dai primi libri che mi vengono alle mani.
 "Gli Ottentotti, dice Kolben, intendono meglio la pesca degli Europei del Capo. La loro abilit  eguale alla rete, all'amo, ed al dardo, nelle anse come ne' fiumi. Essi prendono colla stessa destrezza il pesce colle mani. Sono di una incomparabile destrezza anche al nuotare. La loro maniera di nuotare ha qualche cosa di sorprendente, ed  loro affatto propria. Nuotano col corpo diritto e le mani stese, fuori dell'acqua, di maniera che sembrano camminare sopra la terra. Nella maggior agitazione del mare, ed allorch le onde formano tante montagne, essi ballano in qualche maniera sul dorso delle onde, ascendono e discendono come un pezzo di sovero.''
 ''Gli Ottentotti, dice ancora lo stesso autore, sono di una destrezza sorprendente alla caccia, e la leggerezza della loro corsa sorpassa l'immaginazione.'' Egli si stupisce che non facciano pi sovente cattivo uso della loro agilit, lo che succede, non ostante alcune volte, come si pu giudicare dall'esempio ch'egli ne d. "Un marinaio olandese sbarcando al Capo incaric, dic'egli, un Ottentotto di seguirlo alla citt con un rotolo di tabacco di circa venti libbre. Allorach furono ambidue a qualche distanza dalla truppa, l'Ottentotto chiese al marinaro se sapeva correre? Correre! rispose l'olandese, s, molto bene. - Vediamo, riprese l'africano; e fuggendo col tabacco disparve instantaneamente. Il marinaro confuso di codesta maravigliosa velocit, non pens a seguirlo, e non rivide pi n il suo tabacco, n il portatore di esso.''
 ''Essi hanno la vista tanto pronta, e la mano tanto certa, che gli Europei non se ne avvicinano. A cento passi, essi colpiranno con una pietra un segno della grandezza di un mezzo soldo; e ci che vi  di pi sorprendente si , che in vece di fissar come noi gli occhi allo scopo, essi fanno dei movimenti e delle contorsioni continue. Pare che la loro pietra sia portata da una mano invisibile''.
 Il padre du Tertre dice allo incirca su i selvaggi delle Antille le cose stesse che ora si sono lette sopra gli Ottentotti del Capo di Buona Speranza. Egli vanta soprattutto la loro aggiustatezza nel colpire colle loro frecce gli uccelli a volo, ed i pesci a nuoto, che prendono poi immergendosi. I selvaggi dell'America settentrionale non sono meno celebri per la loro forza e per la loro destrezza: ed ecco un esempio il quale potr far giudicare di quella degli Indiani dell'America meridionale.
 Nell'anno 1746 un indiano di Buenos-Aires essendo stato condannato alle galere a Cadice, propose di riscattare la sua Iibert esponendo la sua vita in una pubblica festa. Promise che attaccherebbe solo il pi furioso toro senza altra arma in mano che una corda, che egli lo atterrerebbe, ch'egli lo prenderebbe colla sua corda per quella parte che gli sarebbe indicata, che lo insellerebbe, lo briglierebbe, monterebbe, e combatterebbe cos montato due altri tori dei pi furiosi che si farebbero sortire dal Torillo; e che li metterebbe tutti a morte uno dopo l'altro nello istante che gli fosse comandato e senza il soccorso di veruno; loch gli fu accordato. L'Indiano mantenne la sua parola, e riusc in tutto ci che aveva promesso; sulla maniera con cui si diresse, e soprattutto sul detaglio del combattimento, si pu consultare il primo tomo in I2 delle osservazioni sulla storia naturale del sig. Gatier, da dove questo fatto  tratto. Pag. 262
(5) La durata della vita dei cavalli, dice il sig. di Buffon, , come in tutte le altre specie di animali, proporzionata alla durata del tempo del loro accrescimento. L'uomo, il quale sta quattordici anni a crescere, pu vivere sei, o sette volte tanto tempo, cio novanta, o cento anni: il cavallo, di cui l'accrescimento si fa in quattro anni, pu vivere sei, o sette volte tanto, cio venticinque, o trenta anni. Gli esempj che possono essere contrarj a questa regola, sono cos rari, che non si debbono riguardarli neppur come una eccezione, da cui si possan trarre delle conseguenze; e come i cavalli grossolani prendono il loro accrescimento in minor tempo che i cavalli fini, cos essi vivono altres meno, e sono vecchi dell'et di quindici anni.
(6) Parmi vedere fra gli animali carnivori e frugivori un'altra differenza ancor pi generale di quella che ho rimarcata, nella nota (3), poich questa si estende fino agli uccelli. Codesta differenza consiste nel numero de' piccoli, il quale non eccede quello di due in ciascuna portata per quelle specie le quali non vivono che di vegetabili, e va ordinariamente al di l di questo numero per gli animali voraci.  facile il conoscere a questo riguardo la destinazione della natura dal numero delle mammelle, il quale non  che di due in ciascuna femmina della prima specie, come la cavalla, la vacca, la capra, la cerva, la pecora, ec., e che  sempre di sei, o di otto nelle altre femmine, come la cagna, la gatta, la lupa, la tigre, ec. La gallina, l'oca, l'anitra, che sono tutti uccelli voraci, come pure l'aquila, lo sparviere, la civetta fanno pure e covano un gran numero d'uova, loch non succede mai alla colomba, alla tortora n agli uccelli, i quali non mangiano assolutamente che grano, e non fanno e non covano che due uova per volta. La ragione che si pu dare di questa differenza, si , che gli animali i quali non vivono che di erbe e di piante, restando quasi tutto il giorno alla pastura, ed essendo sforzati d'impiegare molto tempo a nutrirsi, non potrebbero bastare per allattare molti piccoli, invece che i voraci facendo il loro pranzo quasi in un istante, possono pi facilmente e pi sovente ritornare a' loro figliuoli ed alla loro caccia, e riparare la dissipazione di una s gran quantit di latte. Vi sarebbero a tutto questo molte osservazioni particolari e riflessioni da farsi; ma non  questo il luogo, e mi basta di aver mostrato in questa parte il sistema il pi generale della natura, sistema il quale somministra una nuova ragione per trarre l'uomo dalla classe degli animali carnivori, e per riordinarli fra le specie frugivore.
(7) Un celebre autore calcolando i beni ed i mali della vita umana, e paragonando le due somme, ha trovato che l'ultima sorpassava di molto la prima, e che a prender tutto, la vita era per l'uomo un assai cattivo dono. Io non sono sorpreso della sua conclusione; egli trasse tutti i suoi ragionamenti dalla costituzione dell'uomo civile: s'egli fosse rimontato fino all'uomo naturale, si pu giudicare che avrebbe trovato dei risultati differentissimi, che avrebbe veduto non aver l'uomo altri mali se non quelli ch'egli s  dato da se medesimo, e che sarebbe stata giustificata la natura. Non  gi che senza fatica siamo giunti a renderci infelici. Quando da un lato si considerano gl'immensi travagli degli uomini, tante scienze approfondate, tante arti inventate, tante forze impiegate, abissi riempiuti, montagne rasate, rocche infrante, fiumi resi navigabili, terre dissodate, laghi scavati, paludi diseccate, fabbriche enormi innalzate sopra la terra, coperto il mare di vascelli e di marinari; e che dall'altro lato si ricerchino con un poca di meditazione i veri vantaggi che ne sono risultati da tutto ci per la felicit della specie umana; non si pu ch'essere colpiti della sorprendente sproporzione che regna fra codeste cose, e deplorare l'acciecamento dell'uomo, il quale per nutrire il suo folle orgoglio, e non so qual vana ammirazione di lui medesimo, lo fa correre con ardore dietro tutte le miserie di cui egli  suscettibile, e che la benefica natura aveva preso cura di allontanare da esso.
 Gli uomini sono cattivi; una trista e continua sperienza dispensa dal provarlo; nonostante l'uomo  naturalmente buono, io credo di averlo dimostrato; cosa altro mai dunque pu averlo depravato a questo segno se non i cangiamenti sopravvenuti nella sua costituzione, i progressi che ha fatti, e le cognizioni che ha acquistate? Che si ammiri tanto che si vorr la societ umana, non sar meno vero ch'essa porta necessariamente gli uomini a reciprocamente odiarsi a proporzione dell'incrociamento de' loro interessi, a rendersi mutualmente dei servigi apparenti, ed a farsi in fatto tutti i mali immaginabili. Che si pu pensar di un commercio, ove la ragione di ciascun particolare gli detta delle massime direttamente contrarie a quelle che la ragion pubblica predica al corpo della societ, e dove ciascuno trova il suo conto nella sventura degli altri? Non vi  forse un uomo comodo, a cui dagli avidi eredi, e sovente dai proprj figli non sia in secreto desiderata la morte; non un vascello in mare, il di cui naufragio non sia una buona nuova per qualche negoziante; non una casa che un debitore non volesse vedere incendiata con tutte le carte in essa contenute; non un popolo il quale non si rallegri dei disastri dei suoi vicini. In tal guisa noi troviamo il nostro vantaggio nel pregiudizio de' nostri simili, e che la perdita dell'uno fa quasi sempre la prosperit dell'altro; ma ci che vi  di pi pericoloso ancora, egli  che le pubbliche calamit fanno l'aspettativa e la speranza di una moltitudine di particolari. Gli uni vogliono delle malattie, gli altri la mortalit, questi la guerra, quelli la carestia; ho veduto degli uomini orribili pianger di doglia alle apparenze di un'annata fertile; ed il grande e funesto incendio di Londra, il quale cost la vita ed i beni a tanti infelici, fece forse la fortuna a pi di diecimila persone. So che Montagne biasima l'ateniese Demade di aver fatto punire un operaio, il quale vendendo molto caro i feretri, guadagnava molto alla morte de' cittadini; ma la ragione che ne adduce Montagne essendo che converrebbe punire tutti, egli  evidente che conferma le mie. Che si penetri adunque a traverso delle nostre frivole dimostrazioni di benevolenza ci che passa al fondo dei cuori, e si rifletta a ci che deve essere uno stato di cose in cui tutti gli uomini sono sforzati di accarezzarsi e di distruggersi mutuamente, e nel quale nascono inimici per dovere, e furbi per interesse. Se mi si risponde che la societ  talmente costituita, che ciascuno guadagna a servir gli altri, io replicher che ci andrebbe bene s'egli non guadagnasse ancor pi a nuocergli. Non vi  profitto tanto legittimo, il quale non sia sorpassato da quello che far si pu illegittimamente, ed il tortofatto al prossimo  ancor pi lucrativo dei servigi. Non si tratta dunque pi che di trovare i mezzi di assicurarsi l'impunit, ed in questi appunto i potenti impiegano tutte le loro forze, ed i deboli tutte le loro astuzie.
 L'uomo selvaggio quando ha pranzato  in pace con tutta la natura, e l'amico di tutti i suoi simili. Si tratta qualche volta di disputare il suo pranzo? egli non giugne mai fino ai colpi senza aver prima paragonata la difficolt di vincere con quella di trovar altrove la sua sussistenza; e siccome l'orgoglio non si mischia giammai del combattimento; egli si finisce con alcune pugna; il vincitore mangia, il vinto va a cercar fortuna, ed  pacificato il tutto. Ma appresso l'uomo in societ gli affari sono ben diversi; si tratta prima di provvedere al necessario; poi al superfluo, indi vengono le delizie, poi le immense ricchezze, poi i sudditi, e indi gli schiavi; non vi  un momento di riposo; ci che vi  di pi singolare, si  che quanto meno i bisogni sono naturali e premurosi, tanto pi le passioni si accrescono, e ci che  peggio, il potere di soddisfarle; di maniera che dopo lunghe prosperit, dopo aver ingoiati molti tesori e desolati molti uomini, il mio eroe finir collo scannar tutti finch egli sia l'unico padrone dell'universo. Tale  in ristretto il quadro morale, se non della vita umana, almeno delle pretensioni secrete del cuore di ogni uomo incivilito.
 Paragonate senza pregiudizj lo stato dell'uomo civile con quello dell'uomo selvaggio, e ricercate, se voi lo potete, quanto oltre la sua malvagit, i suoi bisogni, e le sue miserie, il primo abbia aperte nuove porte al dolore ed alla morte. Se voi considerate le pene dello spirito che ci consumano, le passioni violenti che ci rifiniscono e ci desolano, i travagli eccessivi di cui i poveri sono sopraccaricati, la mollezza ancor pi pericolosa alla quale i ricchi si abbandonano, ed i quali fanno morire gli uni dal loro bisogno, e gli altri dai loro eccessi. Se fate riflesso alle mostruose mescolanze di alimenti, alle loro perniciose conditure, alle derrate corrotte, alle droghe falsificate, alle furberie di quelli che le vendono, agli errori di quelli che le amministrano, al veleno de' vasi ne' quali si preparano; se fate attenziope alle malattie epidemiche, generate dalla cattiva aria fra una moltitudine di uomini riuniti, a quelle che occasionano la delicatezza della nostra maniera di vivere, agli alternativi passaggi dell'interiore delle nostre case alla grande aria, all'uso de' vestiti presi, o lasciati con troppo poca precauzione, e a tutte le cure che la nostra sensualit eccessiva ha volte in abitudini necessarie, e la di cui negligenza o privazione ci costa in seguito la vita, o la salute; se voi mettete in linea di conto gli incendj ed i terremoti, i quali consumando o rovesciando delle citt intere fanno perire gli abitanti a migliaia; in una parola, se voi riunite i pericoli che tutte queste cause riuniscono continuamente sopra le nostre teste, voi sentirete quanto la natura ci faccia pagar caro il dispregio che abbiamo fatto delle sue lezioni.
 Non ripeter quivi sulla guerra ci che ne dissi altrove; ma vorrei che le persone istrutte volessero, oppure osassero dare una volta al pubblico il detaglio degli orrori che si commettono nelle armate dagli appaltatori de' viveri e degli ospitali; si vedrebbe che i loro maneggi non troppo secreti, col mezzo de' quali le pi brillanti armate si distruggono in un istante, fanno perire pi soldati di quelli ne mieta il ferro nemico; egli  un calcolo non meno sorprendente quello degli uomini che il mare ingoia tutti gli anni col mezzo della fame, dello scorbuto, dei pirati, del fuoco, dei naufragj.  chiaro ancora che convien mettere in conto della propriet stabilita, e per conseguenza della societ, gli assassinamenti, gli avvelenamenti, i furti delle grandi strade, e le stesse punizioni di codesti delitti; punizioni necessarie onde prevenire maggiori mali, ma le quali, per l'omicidio di un uomo, costando la vita a due ed anco a pi, non lasciano di raddoppiar realmente la perdita della specie umana. Quanti mezzi vergognosi per impedire la nascita degli uomini, ed ingannare la natura? Sia col mezzo di que' gusti brutali e depravati, i quali insultano l'opera sua pi diletta, gusti che n i selvaggi n gli animali conobbero giammai, ed i quali non sono nati nei paesi politi che da una immaginazione corrotta; sia col mezzo di quegli aborti secreti, degni frutti della dissolutezza e dell'onor vizioso; sia col mezzo della esposizione, o della morte di una moltitudine di fanciulli, vittime della miseria de' loro padri, o della barbara vergogna delle loro madri; sia infine dalla mutilazione di quegl'infelici, una parte della cui esistenza e tutta la posterit sono sacrificate a vane canzoni, o ci che  peggio ancora, alla brutale gelosia di alcuni uomini: mutilazione la quale in questo ultimo caso oltraggia doppiamente la natura, e dal trattamento che ricevono quelli che la soffrono, e dall'uso a cui sono destinati. Che sarebbe se intraprendessi a dimostrare la specie umana attaccata nella stessa sua sorgente, e sino nel pi santo di tutti i legami, ove noti si ardisce pi di ascoltar la natura se non dopo di aver consultata la fortuna, e dove il disordine civile confondendo le virt ed i vizj, diviene la continenza una precauzione peccaminosa, ed il rifiuto di dar la vita ad un suo simile, un atto di umanit? Ma senza lacerare il velo che copre tanti orrori, contentiamoci d'indicare il male al quale altri debbono recare il rimedio.
 Che si aggiunga a tutto ci quella quantit di mestieri malsani, i quali abbreviano i giorni, o distruggono il temperamento; come sono i lavori delle mine, le varie preparazioni dei metalli, dei minerali, soprattutto del piombo, del rame, del mercurio, del cobalto, dell'arsenico, della sandracca; quegli altri mestieri perigliosi, i quali costano ogni giorno la vita a quantit di operarj, gli uni conciatetti, altri carpentieri; altri muratori, altri che lavorano nelle cave; che si riuniscano, dico, tutti codesti oggetti, e si potranno vedere nello stabilimento e perfezione della societ le ragioni della diminuzione della specie, osservata da pi di un filosofo.
 Il lusso, impossibile da prevenirsi appresso uomini avidi de' loro proprj comodi, e della considerazione degli altri, compisce ben presto il male che le societ hanno cominciato; e sotto pretesto di far vivere i poveri, che non bisogna farli, egli impoverisce tutto il resto, e spopola presto o tardi lo Stato.
 Il lusso  un rimedio assai peggiore del male ch'egli pretende di guarire; o piuttosto egli  il peggiore di tutti i mali, in qualunque stato grande, o piccolo ch'egli possa essere, ed il quale per nudrire una folla di servi e di miserabili ch'egli ha fatto, opprime e rovina l'agricoltore ed il cittadino: simili a que' venti cocenti del mezzod, i quali coprono l'erba e la verdura d'insetti devoranti, levano la sussistenza agli animali utili, e portano la carestia e la morte in tutti i luoghi dove si fanno sentire.
 Dalla societ e dal lusso ch'essa genera nascono le arti liberali e meccaniche, il commercio, le lettere, e tutte quelle inutilit che fanno fiorire l'industria, arricchiscono e perdono gli Stati. La ragione di codesto deperimento  semplicissima.  facile a vedersi che per sua natura l'agricoltura deve essere la meno lucrativa di tutte le arti; imperciocch il suo prodotto essendo dell'uso il pi indispensabile per tutti gli uomini, il prezzo ne deve essere proporzionato alle facolt dei pi poveri. Dallo stesso principio si pu trar questa regola, che in generale le arti sono lucrative in ragione inversa della loro utilit, e che i pi necessarj debbono essere alla fine i pi negletti. Dal che si vede ci che bisogna pensare dei veri vantaggi dell'industria; e dell'effetto reale che risulti da' suoi progressi.
 Tali sono le cause sensibili di tutte le miserie in cui l'opulenza precipita al fine le nazioni le pi ammirate. A misura che l'industria e le arti si estendono e fioriscono, il coltivatore disprezzato, caricato d'imposizioni necessarie al mantenimento del lusso, e condannato a passar la sua vita fra il travaglio e la fame, abbandona i suoi campi; per andar a cercare nelle citt il pane ch'egli dovrebbe portare. Quantopi le capitali colpiscono di ammirazione gli occhi stupidi del popolo, tanto pi converrebbe gemere nel veder le campagne abbandonate, le terre incolte, e le grandi strade inondate di sventurati cittadini resi mendicanti o ladri, e destinati a finire un giorno la loro miseria sulla ruota? o sopra un letamaio. In tal guisa arricchendosi lo Stato da un lato, s'infievolisce e si spopola dall'altro, e le pi potenti monarchie dopo molti travagli per rendersi opulenti e deserte, finiscono per divenir la preda delle nazioni povere, le quali soccombono alla funesta tentazione d'invaderle, e le quali si arricchiscono e si indeboliscono alla loro volta, finch sieno esse pure invase e distrutte da altre.
 Che si degnino spiegarci una volta ci che abbian potuto produrre quelle nuvole di barbari, i quali per il corso di tanti secoli hanno inondata l'Europa, l'Asia, e l'Africa: dipendeva ci dalla industria delle loro arti, dalla saviezza delle loro leggi, dall'eccellenza della loro polizia a cui dovevano codesta prodigiosa popolazione? Che ci dicano i nostri sapienti perch lungi dal moltiplicare a cotal punto codesti uomini brutali e feroci, senza lumi, senza freno, senza educazione, non si scannavan essi a vicenda a ciascuno istante per disputarsi la loro pastura, o la loro caccia? Che ci spieghino come codesti miserabili abbiano avuto solamente l'arditezza di riguardare in faccia le tanto abili persone, quali noi eravamo, con una cos bella disciplina militare, con tanti bei codici, e con s sagge leggi? Ci spieghino infine perch, dopo essersi perfezionata la societ nei paesi del Nord, e che si sono prese tante cure per insegnare agli uomini i loro mutui doveri, e l'arte di vivere aggradevolmente e pacificamente insieme, non si veggano pi quelle moltitudini ch'egli produceva altre volte? Temo che alcuno non mi risponda alla fine, che tutte codeste gran cose, cio le arti, le scienze, e le leggi sono state saviamente inventate dagli uomini come una peste salutare onde prevenire l'eccessiva moltiplicazione della specie per timore che questo mondo, il quale ci  destinato, non diventasse alla fine troppo piccolo per i suoi abitanti.
 E che dunque! Bisogna distruggere le societ, annichilare il tuo ed il mio, e ritornar a vivere nelle foreste cogli orsi? conseguenza, alla maniera de' miei avversarj, che tanto mi piace di prevenire, quanto di lasciar loro la vergogna di tirarla. O voi, a cui la voce celeste non si fece intendere, e che non riconoscete per la vostra specie altra destinazione che di terminare in pace questa corta vita; voi che potete lasciar nel mezzo delle citt le vostre funeste acquisizioni, i vostri spiriti inquieti, i vostri cuori corrotti, ed i vostri desiderj sfrenati, riprendete, giacch dipende da voi, la vostra antica e prima innocenza; andate ne' boschi a perder la vista e la memoria dei delitti de' vostri contemporanei, e non temete di avvilire la vostra specie rinunziando ai lumi per rinunziare ai vizj. In quanto agli uomini simili a me, a cui le passioni hanno distrutto per sempre l'originale semplicit, i quali non possono pi nutrirsi d'erba e di ghiande, n far senza leggi e senza capi; quelli che furono onorati nel loro primo padre di lezioni soprannaturali; quelli che vedranno nell'intenzione di dare da principio alle azioni umane una moralit ch'esse non avrebbero per lungo tempo acquistata, la ragione di un precetto indifferente per lui stesso, ed inesplicabile in ogni altro sistema: quelli in una parola, i quali sono convinti che la voce divina chiam tutto il genere umano agli splendori ed alla felicit delle celesti intelligenze; tutti codesti procureranno, coll'esercizio delle virt che si sono obbligati di praticare, imparando a conoscerle, a meritare il prezzo eterno che ne debbono aspettare; essi rispeteranno i sacri vincoli delle societ di cui sono membri, ameranno i loro simili e li serviranno con tutto il loro potere; obbediranno scrupolosamente alle leggi, ed agli uomini che ne sono gli autori e i ministri; onoreranno soprattutto i buoni e saggi principi, i quali sapranno prevenire, guarire, o palliare quella folla di abusi e di mali sempre pronti ad opprimerci; essi animeranno il zelo di questi degni capi, mostrando loro, senza timore e senza adulazione, la grandezza della loro impresa, ed il rigore del loro dovere: ma essi non disprezzeranno perci meno una costituzione la quale non pu mantenersi che coll'aiuto di tante persone rispettabili che si desiderano il pi sovente di quello che si ottengono, e dalla quale, malgrado tutte le loro cure, nascono sempre pi calamit reali che vantaggi apparenti.
(8) Fra gli uomini che noi conosciamo o da noi stessi, o col mezzo degli storici, o de' viaggiatori, gli uni sono neri, gli altri bianchi, gli altri rossi; gli uni portano lunghi capelli, gli altri non hanno che della lana arricciata; gli uni sono quasi tutti peluti, gli altri non hanno neppur barba; vi furono, e vi sono forse ancora delle nazioni d'uomini di statura gigantesca; e lasciando a parte la favola dei Pigmei, la quale pu non essere che una esagerazione, si sa che i Lapponi ed i Groelandesi sono molto al disotto della statura media dell'uomo; si pretende pure che vi sieno delle popolazioni intere, le quali abbiano la coda come i quadrupedi: e senza prestar cieca fede alle relazioni di Erodoto e di Ctesia, se ne pu almeno trar questa opinione assai verisimile, che se si avesse potuto far delle buone osservazioni in que' tempi antichi, in cui i popoli diversi seguivano delle maniere di vivere pi differenti fra esse, ch'essi non fanno al d d'oggi, si avrebbe altres rimarcato nella figura ed abitudine del corpo delle variet molto pi marcate. Tutti codesti fatti, dei quali  facile addurre delle incontestabili prove, non possono sorprendere se non quelli i quali sono accostumati a non riguardare se non gli oggetti che li circondano, e che ignorano i sorprendenti effetti della diversit dei climi, dell'aria, degli alimenti, della maniera di vivere, delle abitudini in generale, e soprattutto la forza stupenda delle stesse cause, quand'esse agiscono continuamente sopra un lungo seguito di generazioni. Oggi che il commercio, i viaggi, e le conquiste riuniscono di pi i popoli diversi, e che le loro maniere di vivere si avvicinano continuamente per la frequente comunicazione, si scorge essersi diminuite alcune differenze nazionali, e, per esempio, ciascuno pu rimarcare che i Francesi del giorno d'oggi non sono pi que' gran corpi bianchi e biondi descritti dagli storici latini, bench il tempo unito alla mescolanza de' Franchi e de' Normanni, bianchi e biondi essi medesimi, avesse dovuto ristabilire ci che la frequenza de' Romani avesse potuto togliere all'influenza del clima nella costituzione naturale e nella tinta degli abitanti. Tutte codeste osservazioni sulle variet che mille cause possono produrre ed hanno prodotto in effetto nella specie umana, mi fanno dubitare se diversi animali simili agli uomini, presi dai viaggiatori per bestie senza molto esame, o per motivo di alcune differenze che rimarcavano nella conformazione esterna, o soltanto perch codesti animali non parlavano, non sarebbero in effetto dei veri uomini selvaggi, la di cui razza dispersa anticamente ne' boschi, non aveva avuto occasione di sviluppare veruna delle sue facolt virtuali, non aveva acquistato verun grado di perfezione, e si trovava ancora nello stato primitivo della natura. Diamo un esempio di ci che voglio dire.
 "Si trova, dice il traduttore della storia de' viaggi, nel regno di Congo una quantit di que' grandi animali che si chiamano Orang-Outang alle Indie orientali, i quali tengono il mezzo fra la specie umana ed i babuini. Battel racconta che nelle foreste di Mayomba nel regno di Loango, si vedono due gran mostri, dei quali i pi grandi si chiamano Pongos, e gli altri Enjokos. I primi hanno una esatta simiglianza coll'uomo, ma essi sono molto pi grossi e pi alti. Con una faccia umana, essi hanno gli occhi molto incavati. Le loro mani, le loro guancie, le loro orecchie sono senza pelo, eccettuatene le sopracciglia, le quali le hanno lunghissime. Quantunque abbiano il restante del corpo assai peluto, il pelo non ne  molto denso, ed il colore  bruno. Infine la sola parte che li distingue dagli uomini  la gamba ch'essi hanno senza polpa. Camminano dritti tenendosi colla mano il pelo del collo; la loro dimora  fra boschi; essi dormono sugli albori, e vi si fanno una specie di tetto che li mette al riparo della pioggia. I loro alimenti sono frutti, o noci salvatiche. Non mangiano mai carne. L'uso dei Negri, i quali traversano le foreste,  di accendervi dei fuochi per tutta la notte. Essi rimarcano che la mattina, alla loro partenza, i Pongos prendono posto attorno del fuoco, e non si ritirano che dopo estinto; poich con molta destrezza essi non hanno abbastanza senso per conservarlo recandovi delle legna."
 "Essi camminano alcune volte in truppe, ed uccidono i Negri i quali traversano le foreste. Essi piombano pure sopra gli elefanti, i quali vengono a pascolare nei luoghi ove essi abitano, e gli incomodano tanto a colpi di pugni e di bastoni, che li sforzano a prender la fuga spingendo de' gran gridi. Non si prendono giammai Pongos vivi, perch essi sono tanto robusti, che dieci uomini non basterebbero a fermarli: ma i Negri ne prendono una quantit di giovani dopo aver uccisa la madre, al di cui corpo il piccolo si attacca fortemente. Allorch muore uno di codesti animali, gli altri cuoprono il di lui corpo con un ammasso di rami di foglie. Purchass aggiunge che nelle conversazioni che aveva avute con Battel, aveva inteso da lui medesimo che un Pongo gli aveva tolto un piccolo Negro, il quale pass un intero mese nella societ di cotesti animali; imperciocch essi non fanno verun male agli uomini ch'essi sorprendono, almeno allorch questi non li riguardino, come il piccolo Negro lo aveva osservato. Battel non ha descritto la seconda specie di mostri."
 "Dapper conferma che il regno di Congo  pieno di codesti animali, i quali portano alle Indie il nome di Orang-Outang, cio abitatori de' boschi, e che gli Africani chiamano Quojas-Morros. Codesta bestia, dice egli,  tanto simile all'uomo, che venne in pensiero ad alcuni viaggiatori ch'essa avesse potuto essere uscita da una femmina e da una scimia: chimera che gli stessi Negri rigettano. Uno di codesti animali fu trasportato da Congo in Olanda, e donato al principe d'Orange Federico Enrico. Egli era della altezza di un fanciullo di tre anni e di mediocre grassezza, ma quadro e ben proporzionato, molto agile e molto vivo; le gambe carnose e robuste, tutto il dinanzi del corpo nudo, ma il di dietro coperto di peli neri. A prima vista, la di lui faccia rassomigliava a quella di un uomo, ma aveva il naso schiacciato e ritorto; le di lui orecchie erano altres quelle della specie umana; il suo seno, poich era una femmina, era paffuto, il suo ombelico affossato, le sue spalle molto bene unite, le sue mani divise in dita ed in pollici, le polpe delle sue gambe, ed i suoi talloni grossi e carnosi. Egli marchiava sovente dritto sulle sue gambe, egli era capace di levare e portare delle somme assai pesanti. Allorch voleva bere, prendeva con una mano il disopra del vaso, e coll'altra teneva il fondo. Dopo si asciugava con grazia le labbra. Si coricava per dormire colla testa, sopra un guanciale, coprendosi con tanta destrezza, che lo si avrebbe preso per un uomo a letto. I Negri fanno degli strani racconti di codesto animale. Assicurano non solo ch'egli sforzi le donne e le fanciulle, ma che ardisca di attaccare degli uomini armati; in una parola, vi  molta apparenza esser questo il satiro degli antichi. Merolla non parla forse che di questi animali, allorch racconta che i Negri prendono alcune volte nelle loro cacce degli uomini e delle femmine selvagge."
 Egli ha parlato ancora di codeste specie di animali antropoformi nel terzo tomo della stessa storia de' viaggi sotto il nome di Beggos Mandrills; ma per attenerci alle precedenti relazioni, si trovano nella descrizione di codesti pretesi mostri delle sorprendenti conformit colla specie umana, e delle differenze minori di quelle che si potrebbero assegnare da uomo a uomo. Non si veggono in questi passaggi le ragioni sulle quali gli autori si fondano per ricusare agli animali, de' quali ora si tratta, il nome di uomini selvaggi; ma  facile il conghietturare ci essere per motivo della loro stupidezza, ed altres perch non parlano: deboli ragioni per quelli che sanno che quantunque l'organo della parola sia naturale all'uomo, non gli  pertanto naturale la parola stessa, e che conoscono fino a qual segno la sua perfezionabilit pu avere innalzato l'uomo civile al disopra del suo stato originale. Il piccolo numero di linee che contengano codeste descrizioni, ci possono far giudicare quanto sieno stati mal osservati codesti animali, e con qual pregiudizio sieno stati veduti. Per esempio, essi sono qualificati per mostri, e nonostante si conviene che generino. In un luogo Battel dice, che i Pongos ammazzano i Negri che traversano le foreste; in un altro Purchass aggiugne ch'essi non gli fanno verun male, neppur quando li sorprendono, almeno quando i Negri non si fermino a guardarli. I Pongos si raccolgono attorno i fuochi accesi da' Negri, quando questi si ritirano; e si ritirano essi pure quando il fuoco  estinto; ecco il fatto, ecco adesso il commentario dell'osservatore; poich avendo essi molta destrezza, non hanno per abbastanza ingegno per conservarlo recandovi delle legna. Vorrei indovinare come Battel, o Purchass suo compilatore ha potuto sapere che la ritirata dei Pongos fosse un effetto della loro stupidezza piuttosto che della loro volont. In un clima tale che quello di Loango, il fuoco non  una cosa molto necessaria agli animali, e se i Negri ne accendono, ci non  per il freddo, ma per ispaventare le bestie feroci; egli  dunque semplicissimo che dopo d'essere stati qualche tempo rallegrati dalla fiamma, o essersi molto bene riscaldati, i Pongos si annoiano di trattenersi sempre nello stesso posto, e se ne vadano alla loro pastura, la quale richiede maggior tempo che se mangiassero della carne. D'altronde si sa, che la maggior parte degli animali, senza eccettuarne l'uomo, sono naturalmente infingardi, e che non si prestano ad ogni sorte di cure, le quali non sono di una assoluta necessit. Infine sembra molto strano che i Pongos, de' quali si vanta la destrezza e la forza, i Pongos i quali sanno sotterrare i loro morti, e farsi de' tetti di fogliami, non sappiano spingere dei tizzoni nel fuoco. Mi sovviene di aver veduto una scimia far questo stesso lavoro, che non si vuole che sappiano fare i Pongos;  vero che le mie idee non essendo allora rivolte da quel lato, feci io stesso l'errore che rimprovero a' nostri viaggiatori, e trascurai di esaminare se l'intenzione della-scimia era infatti di conservare il fuoco, o semplicemente, come lo credo, d'imitare l'azione di un uomo. Checch ne sia, egli  assai bene dimostrato non essere la scimia una variet, non solo per essere priva della facolt di parlare, ma soprattutto perch siamo certi che la di lei specie non ha quella di perfezionarsi, loch  il carattere specifico della specie umana. Esperienze che non sembrano essere state fatte sopra i Pongos e gli Orang-Outang con abbastanza cura per poterne trarre la stessa conclusione. Vi sarebbe nonostante un mezzo con cui gli osservatori pi grossolani potrebbero assicurarsi con dimostrazione se l'Orang-Outang, o altri sieno della specie umana; ma oltre che una sola generazione non basterebbe per una tale esperienza, essa deve passare per impraticabile, imperciocch converrebbe che ci che non  senonse una supposizione fosse dimostrato vero, prima che la prova la quale dovrebbe contestare il fatto potesse essere tentata innocentemente.
 I giudizj precipitati, e i quali non sono il frutto di una ragione illuminata, sono soggetti a dar negli eccessi. I nostri viaggiatori fanno senza cerimonie delle bestie sotto il nome di Pongos, di Mandrills, di Orang-Outang, degli stessi esseri di cui sotto il nome di Satiri, di Fauni, di Silvani, gli antichi facevano delle divinit. Forse che dopo ricerche pi esatte si troverebbe essere questi degli uomini. Frattanto parmi esservi altrettanta ragione di riportarsi sopra ci a Merolla, religioso letterato, testimonio oculare, ed il quale con tutta la sua schiettezza non era privo di spirito, che al mercante Battel, a Dapper, a Purchass, ed agli altri compilatori. 
 Qual giudizio simili osservatori avrebbero dato sopra il fanciullo trovato nel 1694, di cui ne feci parola qui dietro, il quale non dava verun segno di ragione, camminava sopra i suoi piedi e sovra le sue mani, non aveva verun linguaggio, e formava de' suoni, li quali per nulla rassomigliavano a quelli di un uomo? Egli fu lungo tempo, continua lo stesso filosofo, il quale mi soministra questo fatto, prima di poter proferire alcune parole, e queste pure le proferiva in un modo barbaro. Appena pot egli parlare, fu interrogato circa il suo primo stato, ma nulla egli gli sovvenne, come noi non ci sovveniamo di quanto ci  accaduto nella culla. Se sventuratamente per esso, codesto fanciullo fosse caduto fra le mani de' nostri viaggiatori, non si pu dubitare, che dopo aver essi rimarcato il di lui silenzio e la di lui stupidit, non avessero preso il partito di rimandarlo nel bosco, o di rinchiuderlo in un serraglio; dopo di che essi ne avrebbero dottamente parlato nelle belle relazioni, come di una bestia assai curiosa, la quale molto rassomigliava all'uomo.
 Dopo tre, o quattrocento anni dacch gli abitanti dell'Europa inondano le altre parti del mondo, e pubblicano continuamente nuove raccolte, e nuove relazioni, io sono persuaso non conoscer noi altri uomini che gli Europei; ed ancor sembra, dai pregiudizj ridicoli, che non sono per anco estinti nemmeno fra i letterati, che ciascuno non faccia sotto il nome pomposo di studio dell'uomo, che quello degli uomini del loro paese. Li particolari hanno un bel andare e venire, sembra non viaggiare la filosofia; quindi quella di un popolo  poco propria per un altro. Il motivo di ci  manifesto, almeno per le contrade lontane: non vi sono che quattro sorte d'uomini i quali facciano viaggi di lungo corso, i nautici, i mercanti, i soldati, ed i missionarj: ora non si pu lusingarsi che le tre prime classi somministrino buoni osservatori; ed in quanto alla quarta, occupati della sublime vocazione che li chiama, quand'anche non fossero soggetti a dei pregiudizj del loro stato, come tutti gli altri, si deve credere che non si abbandonerebbero volentieri a delle ricerche, le quali sembrano di pura curiosit, e le quali li distoglierebbero da travagli pi importanti, a' quali sono destinati. D'altronde, per predicare utilmente l'evangelo non ci vuole che del zelo, e Dio d il resto; ma per istudiare gli uomini vi bisognano de' talenti che Dio non si impegna di dare a chicchessia, il qual talento non  il partaggio de' santi. Non si apre un libro dt viaggi, ove non si trovino delle descrizioni di caratteri, e di costumi; ma si resta sorpresi nel vedere che codeste persone le quali hanno descritte tante cose, non hanno detto se non non che gi ciascuno sapeva, non hanno saputo scorgere all'altra estremit del mondo, se non quel tanto che avrebbero potuto rimarcare senza uscire dalla loro contrada; e che que' tratti veri, i quali distinguono le nazioni, e che colpiscono gli occhi fatti per vedere, sono sempre sfuggiti ai loro. Da ci  venuto quel bel proverbio, tanto ribattuto dalla turba filosofesca, essere gli uomini dappertutto gli stessi, i quali avendo dappertutto le stesse passioni e i medesimi vizj, essere inutile lo caratterizzare i differenti popoli; lo che allo incirca  tanto ben ragionato, come se si dicesse che non si pu distinguere Pietro da Giovanni, perch hanno ambidue un naso, una bocca, e degli occhi.
 Non si vedr giammai rinascere que' felici tempi, ne' quali i popoli non s'impegnavano di filosofare, ma ne' quali i Platoni, i Taleti, i Pittagori accesi di un ardente desiderio di sapere intraprendevano i pi gran viaggi, unicamente per instruirsi, e andavano da lungi a scuotere il giogo de' pregiudizj nazionali, imparare a conoscer gli uomini dalle loro conformit, e dalle loro differenze, e acquistar quelle cognizioni universali, le quali non sono quelle di un secolo o di un paese esclusivamente, ma ch'essendo di tutti i tempi e di tutti i luoghi, sono, per cos dire, la scienza comune dei saggi?
 Si ammira la magnificenza di alcuni curiosi, i quali a grandi spese fecero fare, o han fatto dei viaggi in oriente con dei dotti, e dei pittori, per disegnarvi delle rovine, e decifrare, o copiare delle inscrizioni; ma duro fatica a concepire come in un secolo in cui si vantano di belle cognizioni, non si trovino due uomini bene uniti, ricchi, l'uno di denari, l'altro di genio, amando ambidue la gloria, ed aspirando all'imortalit, uno de' quali sacrifcasse ventimila scudi delle sue facolt, e l'altro dieci anni della sua vita ad un celebre viaggio attorno il mondo, affine di studiarvi, non sempre delle pietre, e delle piante, ma una volta gli uomini e i costumi; e che dopo tant'anni impiegati a misurare e considerare la casa, gli sovvenga alfine di volerne conoscer gli abitanti.
 Gli accademici che hanno scorso le parti settentrionali dell'Europa, e meridionali dell'America, avevan per oggetto di visitarle pi da geometri, che da filosofi. Nonostante com'erano del pari l'uno e l'altro, non si pu riguardare come affatto ignote le regioni che furono vedute e descritte dalli Condamine, e dai Maupertuis. Il gioielliere Chardin, che ha viaggiato come Platone, non lasci nulla a dire sopra la Persia: la China sembra essere stata ben osservata dai gesuiti. Kempfer d una passabile idea del poco che ha veduto nel Giappone. Eccettuate codeste relazioni, noi non conosciamo i popoli delle Indie orientali, frequentate unicamente dagli Europei pi curiosi di riempire le loro borse che le loro teste. L'intera Africa e i suoi numerosi abitatori singolari, cos per il loro carattere come per il loro colore, sono ancora da esaminarsi; la terra tutta  coperta di nazioni di cui non ne conosciamo che i nomi, e noi c'impegniamo di giudicare il genere umano! Supponiamo un Montesquieu, un Buffon, un Diderot, un Duclos, un d'Alembert, un Condillac, o altri uomini di simil tempra viaggiando per instruire i loro compatrioti, osservando, e descrivedo, come lo sanno essi fare, la Turchia, l'Egitto, la Barbaria, l'impero di Marocco, la Guinea, il paese de' Cafri, l'interno dell'Africa, e le sue coste orientali, i Malabari, il Mogol, le rive del Gange, la Tartaria, e soprattutto il Giappone; poi nell'altro emisfero il Messico, il Per, il Chili, le terre Magellaniche, senza scordarsi i Patagoni, veri, o falsi, il Tucuman, il Paraguai, se fosse possibile, il Brasile, infine i Caribi, la Florida e tutte le contrade selvagge, viaggio il pi importante di tutti, e quello che converrebbe fare con maggior cura: supponiamo che codesti nuovi Ercoli, dal ritorno di cotali corse, facessero in seguito con comodo la storia naturale, morale, e politica di ci che avessero osservato, noi vedressimo noi stessi uscire un mondo nuovo dalla loro penna, ed impararessimo quindi a conoscere il nostro: io dico, che quando simili osservatori affermassero di un tal animale esser egli un uomo, e di un altro esser egli una bestia, bisognerebbe crederglielo; ma sarebbe una gran semplicit di riportarsi sopra ci a grossolani viaggiatori, sopra i quali si potrebbe fare la stessa questione, ch'essi s'impegnano di risolvere sopra altri animali.
(9) Ci mi pare dell'ultima evidenza, e non potrei concepire da dove i nostri filosofi possano far nascere tutte le passioni che essi prestano all'uomo naturale. Eccetto il solo necessario fisico che la natura stessa richiede, tutti gli altri nostri bisogni non sono tali che per abitudine, prima della quale essi non erano bisogni, o da' nostri desiderj, e non si desidera ci che non si  in istato di conoscere. Dal che ne segue, che l'uomo selvaggio non desiderando che le cose ch'egli conosce, e non conoscendo che quelle il di cui possesso  in suo potere, o facile d'acquistarsi, nulla deve essere tanto tranquillo quanto la sua anima, e nulla di cos ristretto quanto il di lui spirito.
(10) Trovo nel governo civile di Locke una obbiezione, la quale mi sembra troppo speciosa, onde mi sia permesso di dissimularla.
 "Lo scopo della societ fra il maschio e la femmina, dice codesto filosofo, non essendo semplicemente quello di procreare, ma di continuare la specie, codesta societ deve durare anche dopo la procreazione, almeno tanto lungo tempo quanto  necessario per il nutrimento e la conservazione dei procreati; cio fino che sien capaci di provvedere loro stessi a' proprj bisogni. Codesta regola, che la sapienza infinita del Creatore ha stabilita sopra le opere delle sue mani, noi vediamo che le creature inferiori all'uomo l'osservano costantemente e con esattezza. In quegli che vivon d'erba, la societ fra il maschio e la femmina non dura nulla pi che ciascun atto di copulazione, perch le mammelle della madre essendo sufficienti per nutrire i piccoli finch sono capaci di pascolar l'erba, il maschio si contenta. di generare, e dopo ci non si cura pi della femmina n de' suoi piccoli, alla di cui sussistenza egli non pu contribuire. Ma rapporto alle bestie da rapina, la societ dura pi lungo tempo, per causa che la madre non potendo ben provvedere i piccioli, e procurare nello stesso tempo alla propria sussistenza colla sua sola preda, la quale  una strada di nutrirsi pi faticosa e pericolosa di quella di pascer l'erba, l'assistenza del maschio  affatto necessaria per il mantenimento della loro comune famiglia, se si pu usar questo termine, la quale finch possa andare a cercar qualche preda non potrebbe sussistere che per le cure del maschio e della femmina. Si rimarca la cosa stessa in tutti gli uccelli, se se ne eccettui alcuni domestici, i quali si trovano in luoghi, ove la continua abbondanza di nutritura esime il maschio dalla cura di nutrire i piccoli; si vede che fintantoch i piccoli nel loro nido hanno bisogno di alimento, il maschio e la femmina ve ne portano fino a che questi piccoli possano volare, e provvedere alla loro sussistenza."
 "Ed in questo, a mio parere, consiste la principale, se non la sola ragione, perch il maschio e la femmina, nel genere umano sono obbligati ad una societ pi lunga di veruna altra creatura. La ragione, che la femmina  capace di concepire, ed  per l'ordinario di nuovo incinta, e fa un altro fanciullo, lungo tempo prima che il precedente sia fuor di bisogno del soccorso de' suoi parenti, e possa egli stesso provvedere al suo necessario. Quindi un padre essendo obbligato a prender cura di quelli che ha egli generati, e di prenderla per molto tempo, egli  altresl nell'obbligo di continuar a vivere nella societ coniugale colla stessa femmina da cui li ha egli avuti, e di restarvi per maggior tempo delle altre creature, li di cui piccoli potendo sussistere da per loro prima del tempo di una novella procreazione, il legame del maschio e della femmina si rompe da per se, ed ambidue si trovano in una piena libert, finch la stagione che invita gli animati ad unirsi assieme, gli obbliga a scegliersi delle nuove compagne. E qui non si potrebbe abbastanza ammirare la sapienza del Creatore, il quale avendo date all'uomo delle qualit proprie per provvedere tanto al presente che all'avvenire, ha voluto ed ha fatto in modo che la societ dell'uomo durasse assai pi lungo tempo che quella del maschio e della femmina fra le altre creature, affinch con tal mezzo fosse maggiormente eccittata l'industria dell'uomo e della femmina, e che i loro interessi fossero pi uniti coll'oggetto di fare delle provvigioni per i loro fanciulli, e di lasciar loro del bene: nulla potendo essere pi pernicioso ai fanciulli che una congiunzione incerta e vaga, o una dissoluzione facile e frequente della societ coniugale."
 Lo stesso amore della verit che mi fece sinceramente esporre codesta obbiezione, mi eccita ad accompagnarla di alcune rimarche, se non per risolverla, almeno per rischiararla.
 Prima. Osserver subito che le prove morali non hanno gran forza in materia di fisica, e ch'esse servono piuttosto a rendere ragione dei fatti esistenti, che a provare l'esistenza reale di codesti fatti. Or di tal genere  la prova che m. Locke impiega nel passaggio che ho trascritto; imperciocch quantunque possa essere cosa vantaggiosa alla specie umana che la unione dell'uomo e della femmina sia permanente, non ne segue per questo che ci sia stato stabilito dalla natura; altrimenti converrebbe dire ch'ella ha altres instituita la societ civile, le arti, il commercio, e tutto ci che si pretende esser utile agli uomini.
 Seconda. Non so dove m. Locke abbia trovato che fra gli animali di rapina la societ del maschio e della femmina duri pi lungo tempo che fra quelli che vivon d'erba, e che l'uno aiuti l'altro a nudrire i piccoli; giacch non si vede, che il cane, il gatto, l'orso, n il lupo riconoscano la loro femmina meglio del cavallo, del montone, del toro, del cervo, n di tutti gli altri animali quadrupedi. Sembra all'opposto, che se l'aiuto del maschio fosse necessario alla femmina per conservare i suoi piccoli, ci dovrebbe essere soprattutto nelle specie le quali non vivono che di erbe; imperciocch vi bisogna maggior tempo alla madre per pascolare, e che in tutto questo intervallo  sforzata di negligentare la sua portata, in vece che la preda di un'orsa, o di una lupa  divorata in uno istante, e ch'ella ha, senza soffrir la fame, maggior tempo per allattare i suoi piccoli. Questo ragionamento  confermato da una osservazione sopra il numero relativo delle mammelle e dei piccoli, la quale distingue le specie carnivore dalle frugivore. Se questa osservazione  giusta e generale, la femmina non avendo che due mammelle, e non facendo per ordinario che un fanciullo per volta, ecco una gran ragione di pi per dubitare se la specie umana sia naturalmente carnivora; di maniera che sembra, che per trarre la conclusione di Locke, converrebbe ritorcere interamente il di lui ragionamento. N vi  maggior solidit nella stessa distinzione applicata agli uccelli; imperciocch chi potr persuadersi che l'unione del maschio e della femmina sia pi durevole fra gli sparavieri ed i corvi che fra le tortore. Noi abbiamo due specie di uccelli domestici, l'anitra ed il colombo, i quali ci somministrano degli esempj direttamente contrarj al sistema di codesto autore. Il colombo, che non vive senon di grani, resta attaccato alla sua femmina, e nutriscono in comune i loro piccoli. L'anitro, la di cui voracit  conosciuta, non riconosce n la sua femmina n i suoi piccoli, e non si presta in verun modo alla loro sussistenza; e fra i polli, specie che non  guari meno carnivora, non si vede che il gallo prenda verun pensiere della covata. Che se in altre specie il maschio divide colla femmina la cura di nutrire i piccoli, egli , che gli uccelli, i quali non possono subito volare, e che la madre non pu allattare, sono in assai peggiore stato dei quadrupedi, a' quali basta la mammella della madre, almeno per qualche tempo.
 Terza. Vi  della grande incertezza, sopra il fatto principale, che serve di base a tutto il ragionamento del sig. Locke: imperciocch per sapere se, come egli lo pretende, nel puro stato di natura la femmina sia da capo incinta, e faccia un novello fanciullo molto tempo prima che il precedente possa provvedere egli stesso a' suoi bisogni, vi bisognerebbero delle esperienze, che sicuramente Locke non avea fatte, e che veruno non  a portata di fare. La coabitazione continua del marito e della femmina  una occasione cotanto prossima di esporsi a una nuova gravidanza, ch'egli  difficile di credere che l'incontro fortuito o la sola impulsione del temperamento produca effetti tanto frequenti nel puro stato di natura come in quello della societ coniugale; lentezza, la quale forse contribuirebbe a rendere i fanciulli pi robusti, e che d'altronde potrebbe essere compensata dalla facolt di concepire, prolungata ad una et pi avanzata nelle femmine che avessero meno abusato nella loro giovent. E riguardo a' fanciulli, vi sono delle ragioni per credere che le loro forze e i loro organi si sviluppino pi tardi fra noi, che non facevano nello stato primitivo di cui parlo. La debolezza originale che traggono dalla costituzione de' parenti, le cure che si prende per invilupparli e costringer tutte le loro membra, la mollezza in cui sono allevati, forse anco l'uso di un altro latte che quello della loro madre, tutto contraria e ritarda in essi i primi progressi della natura. L'applicazione che si obbligano di dare a mille cose su le quali si fissa continuamente la loro attenzione, frattanto che non si d verun esercizio alle loro forze corporali, pu fare ancora una considerabile diversione al loro accrescimento; di manierach, se invece di sopraccaricare e affaticare da principio il loro spirito in mille maniere, si lasciasse esercitare il loro corpo ai moti continui che la natura sembra chieder loro,  da credere che sarebbero molto pi presto in istato di camminare, di agire, e di provvedere essi stessi a' loro bisogni.
 Quarta. Infine Locke prova, tutto al pi, che vi potrebbe essere nell'uomo un motivo di restar attaccato alla femmina allorch ella ha un fanciullo; ma egli non prova nulla affatto ch'abbia dovuto attaccarvisi avanti il parto, e ne' nove mesi della gravidanza. Se una tal femmina  indifferente all'uomo nel corso di questi nove mesi, se inoltre gli diviene sconosciuta, perch la soccorrer egli dopo il parto? Perch l'aiuter egli ad allevare un fanciullo, che neppur sospetta possa appartenergli, e di cui non risolse n previde la nascita? Locke evidentemente suppone quello che  in questione: poich non si tratta gi di sapere il perch l'uomo rester attaccato alla femmina dopo il parto, ma perch si attaccher ad essa dopo la concezione. Soddisfatto l'appetito, l'uomo non ha pi bisogno di una tal femmina, n la femmina di un tal uomo. Quegli non ha la menoma cura, n forse la menoma idea delle conseguenze della sua azione. L'uno se ne va da un lato, l'altro da un altro, n vi  apparenza, che al termine di nove mesi essi abbiano la memoria di essersi conosciuti: dappoich codesta specie di memoria per la quale un individuo d la preferenza ad un individuo per 1'atto della generazione, esige maggiori progressi o corruzione nell'intendimento umano, che non se gliene pu supporre nello stato di animalit, di cui qui si tratta. Un'altra femmina pu dunque contentare i nuovi desiderj dell'uomo tanto comodamente quanto quella che ha egli conosciuto, ed un altro uomo contentare parimente la femmina, supposto ch'essa sia pressata dallo stesso appetito nel corso dello stato di gravidanza; del che si pu ragionevolmente dubitare. Che se nello stato di natura la femmina pi non risente la passion dell'amore dopo il concepimento del fanciullo, l'ostacolo alla societ coll'uomo ne diviene ancor maggiore, poich allora essa non ha pi bisogno n dell'uomo che l'ha fecondata, n di verun altro. Non vi  adunque nell'uomo veruna ragione di ricercare la stessa femmina, n nella femmina veruna ragione di ricercare lo stesso uomo. Il ragionamento di Locke cade adunque in rovina, e tutta la dialettica di codesto filosofo non lo ha garantito dall'errore che Hobbes ed altri hanno commesso. Avevan essi a spiegare un fatto dello stato di natura, cio di uno stato in cui gli uomini vivevano isolati, ed ove un uomo non aveva verun motivo di trattenersi a lato di un tal uomo, n forse gli uomini di restare a lato gli uni degli altri, lo che  ancor peggio; e non hanno pensato a trasportarsi al di l dei secoli di societ, cio di quei tempi ove gli uomini hanno sempre una ragione di restare gli uni vicino agli altri, ed ove un tal uomo ha sovente una ragione di restar a lato di un tal uomo, o di una tal femmina.
(11) Io non ardir d'imbarcarmi in riflessioni filosofiche che sarebbero da farsi sopra i vantaggi e gli inconvenienti di questa instituzione di lingue: a me non viene permesso lo attaccare gli errori volgari, ed il popolo letterato rispetta troppo i suoi pregiudizj per sopportar pazientemente i miei pretesi paradossi. Lasciamo dunque parlare le persone, alle quali non se gli fece un delitto l'osar di prendere alcune volte il partito della ragione contro l'opinione della moltitudine. Nec quidquam felicitati humani generis decederet, si pulsa tot linguarum peste & confusione, unam artem callerent mortales, & signis, motibus, gestibusque licitum foret quidvis explicare. Nunc vero ita comparatum est, ut animalium qu vulgo bruta creduntur, melior longe quam nostram, hac in parte videatur conditio, utpote qu promptius, & forsan felicius sensus & cogitationes suas sine interprete significent, quam ulli queant mortales, prsertim si peregrino utantur sermone. Is. Vossius, de Poemat. Cant. & viribus Rythmi, p. 66.
(12) Platone mostrando quanto le idee della quantit discreta, e de' suoi rapporti sieno necessarie nelle menome arti, si burla con ragione degli autori del suo tempo, i quali pretendevano che Palamede avesse inventato i numeri all'assedio di Troia, come se, dice codesto filosofo, Agamennone avesse potuto ignorare fino allora quante gambe avesse. In fatti si sente l'impossibilit che la societ e le arti fossero pervenute ove gi erano al tempo dell'assedio di Troia, senza che gli uomini avessero l'uso de' numeri e del calcolo; ma la necessit di conoscere i numeri prima di acquistare altre cognizioni, non ne rende l'invenzione pi facile da immaginare. I nomi de' numeri una volta conosciuti,  facile lo spiegarne il senso, e lo eccitare le idee che codesti nomi rappresentano; ma per inventarli convenne, per cos dire, familiarizzarsi colle meditazioni filosofiche, essersi esercitato a considerare gli enti per la loro essenza, e indipendentemente da ogn'altra percezione; astrazione penosissima, assaissimo metafisica, pochissimo naturale, e senza la quale nonostante codeste idee non si avrebbero giammai potuto trasportare da una specie, o da un genere ad un altro, n i numeri divenire universali. Un selvaggio poteva considerare separatamente la sua gamba destra, e la sua gamba sinistra, o riguardarle insieme sotto l'idea indivisibile di una coppia, senza pensar giammai ch'egli ne avesse due; imperciocch altra cosa  l'idea rappresentativa, la quale ci pinge un oggetto, ed altra cosa  l'idea numerica la quale la determina. Meno ancora poteva egli calcolare fino a cinque; e bench applicando le sue mani una sopra l'altra, avesse potuto rimarcare che le dita esattamente si corrispondevano, egli era ben lungi dal pensare alla loro eguaglianza numerica; egli non sapeva meglio calcolare le sue dita che i suoi capelli; e se dopo avergli fatto intendere ci che sia numeri, alcuno gli avesse detto esservi tante dita nelle mani, quante ne' piedi, sarebbe forse rimasto sorpreso, nel paragonarle, che ci era vero.
(13) Non bisogna confondere l'amor proprio, e l'amore di sestesso, due passioni differentissime per la loro natura e per i loro effetti. L'amor di sestesso  un sentimento naturale che porta ciascun animale a vegliare sopra la sua propria conservazione, ed il quale diretto nell'uomo dalla ragione, e modificato dalla piet, produce l'umanit e la virt. L'amor proprio non  che un sentimento relativo, fattizio, e nato nella societ, il quale porta ciascun individuo a far pi caso di se che di verun altro, il quale ispira agli uomini tutti i mali che si fanno mutuamente, ed il quale  la vera sorgente dell'onore.
 Ci ben inteso, io dico che nel nostro stato primitivo, nel vero stato di natura, l'amor proprio non esiste; dappoich ciascun uomo in particolare riguardando se medesimo come il solo spettatore che lo osservi, come il solo ente nell'universo che prenda interesse per esso, come il solo giudice del suo proprio merito, non  possibile che un sentimento che prende la sua sorgente nei paragoni ch'egli non  a portata di fare, possa germogliare nella sua anima: per la stessa ragione codesto uomo non saprebbe avere n odio, n desiderio di vendetta, passioni le quali non possono nascere che dall'opinione di qualche offesa ricevuta; e siccome il disprezzo, o l'intenzione di nuocere, e non il male, costituisce l'offesa, cos degli uomini che non sanno n apprezzarsi, n paragonarsi, possono bens farsi delle mutue violenze, quando sono per ritrarne qualche vantaggio, senza per giammai offendersi reciprocamente. In una parola ciascun uomo non vedendo i suoi simili, che come vedrebbe animali di un altra specie, pu rapire la preda al pi debole, o cedere fa sua al pi forte, senza considerare codeste rapine che come avvenimenti naturali, senza il menomo movimento d'insolenza, o di dispetto, e senza altra passione che il dolore, o 1a gioia di un buono, o cattivo successo.
(14) Essa  una cosa estremamente rimarchevole che dopo tanti anni che gli Europei si tormentano per condurre i selvaggi di diverse contrade del mondo alla loro maniera di vivere, essi non abbiano ancora potuto guadagnarne un solo col favore del cristianesimo; imperciocch i nostri missionarj ne fanno alcune volte de' cristiani, ma giammai li riducono uomini inciviliti. Nulla pu sormontare l'invincibile ripugnanza che essi hanno a prendere i nostri costumi, e vivere alla nostra maniera. Se codesti poveri selvaggi sono tanto infelici quanto si pretende, per quale inconcepibile depravazione di giudizio rifiutan essi costantemente di polirsi alla nostra imitazione, o d'imparar a viver felici fra noi, quando si legge in mille luoghi, che dei Francesi, ed altri Europei, si sono rifugiati volontariamente fra codeste nazioni, vi hanno passata la loro intera vita senza poter pi abbandonare una s strana maniera di vivere, e che si veggon pure de' sensati missionarj rammentarsi con tenerezza i giorni calmi ed innocenti appresso que' popoli cotanto disprezzati? Se si risponde che non hanno sufficienti lumi per giudicar sanamente del loro stato e del nostro, io replicher che la estimazione della felicit  meno l'affare della ragione che del sentimento. D'altronde, questa risposta pu ritorcersi contro di noi con maggior forza ancora; dappoich vi  una maggior distanza dalle nostre idee alla disposizione di spirito in cui converrebbe essere per concepire il gusto che trovano i selvaggi alla loro maniera di vivere, che dalle idee dei selvaggi a quelle che pu far loro concepire la nostra. Ed infatti, dietro alcune osservazioni,  lor facile di vedere, che tutti i nostri travagli si dirigono su due soli oggetti, cio le comodit della vita, e la considerazione fra gli altri. Ma per noi, qual  il mezzo d'immaginare qual sorte di piacere possa avere un selvaggio nel passar tutta la sua vita solo nel mezzo dei boschi, o alla pesca, o a soffiare in un cattivo flauto, senza saper giammai trarne un solo tuono, e senza curarsi d'impararlo?
 Si sono condotti parecchie volte dei selvaggi a Parigi, a Londra, ed in altre citt; si ebbe premura di spiegar loro il nostro lusso, le nostre ricchezze, e tutte le nostre arti le pi utili e le pi curiose; tutto ci non eccit giammai in essi che una stupida ammirazione, senza il menomo movimento di cupidigia. Mi sovviene fra le altre, della storia di un capo di alcuni Americani settentrionali, che si condusse alla corte d'Inghilterra verso il 1725. Se gli fecero passare mille cose sotto gli occhi, affine di fargli qualche regalo che potesse piacergli, senza che si trovasse nulla di cui ne facesse conto. Le nostre armi gli parevano pesanti ed incomode, le nostre scarpe gli ferivano i piedi, i nostri vestiti lo torturavano, egli ributtava tutto; si scorse alfine che avendo presa una coperta di lana, sembrava che prendesse piacere ad avvilupparsi le spalle; voi converrete, gli dissero subito, almeno della utilit di questa mobilia. - S, rispose egli, questa mi sembra quasi tanto buona, quanto una pelle di bestia. Ei non avrebbe neppur detto questo, se avesse portata l'una e l'altra alla pioggia.
 Forse mi si dir che l'abitudine  quella, la quale attaccando ciascuno alla sua maniera di vivere, impedisce i selvaggi dal sentire ci che v' di buono nella nostra: e su tal piede, deve parere almeno molto straordinario che l'abitudine abbia maggior forza per mantenere i selvaggi nel gusto della loro miseria, che gli Europei nel godimento della loro felicit. Ma per fare a questa ultima obbiezione una risposta alla quale non vi sia una parola da replicare, senza allegare tutti i giovani selvaggi, che vanamente si  sforzato d'incivilire, senza parlare dei Groelandesi e degli abitanti dell'Islanda, che si tent di allevare e nutrire in Danimarca, e che la tristezza e la disperazione fecero tutti perire o di languore, o nel mare in cui si erano gettati colla speranza di raggiugnere il loro paese a nuoto, io mi contenter di citare un solo esempio ben testificato, e che presento da esaminare agli ammiratori della polizia europea.
 "Tutti gli sforzi de' missionarj olandesi del Capo di Buona Speranza non furono giammai capaci di convertire un solo Ottentotto. Vander Stel governatore del Capo, avendone preso un fanciullo, lo fece allevare ne' principj della religione cristiana; e nella pratica de' costumi dell'Europa. Fu vestito riccamente; se gli fecero imparare molte lingue, e i di lui progressi corrisposero assai bene alle cure che si erano prese per la di lui educazione. Il governatore sperando molto dal di lui spirito, lo sped alle Indie con un commissario generale che lo impieg utilmente negli affari della compagnia. Ritorn al Capo dopo la morte del commissario. Pochi giorni dopo il di lui ritorno, in una visita ch'egli rese ad alcuni Ottentotti suoi parenti, prese il partito di spogliarsi del suo abbigliamento europeo, per rivestirsi di una pelle di pecora. Egli ritorn al Forte con un novello vestito, caricato di un fardello che conteneva i suoi antichi vestimenti, e presentandoli al governatore gli tenne il seguente discorso: Abbiate la bont, signore, di far attenzione ch'io rinunzio per sempre a questo apparato. Rinunzio altres per tutta la mia vita alla religione cristiana: la mia risoluzione  di vivere e morire nella religione, maniere, ed usi de' miei antenati. L'unica grazia che vi chiedo  di lasciarmi la collana ed il coltello che porto. Io li conserver per amor vostro. Tosto, senza aspettar la risposta di Vander Stel, spar colla fuga, n mai si rivide al Capo. Storia de' viaggi tom. 5, p. 175.
(15) Si potrebbe obbiettarmi che in un simile disordine gli uomini invece di scannarsi ostinatamente a vicenda, si sarebbero dispersi, se non vi fossero stati de' termini alla loro dispersione. Ma prima di tutto codesti termini sarebbero stati almeno quelli del mondo; e se si rifletta alla eccessiva popolazione che risulta dallo stato di natura, si giudicher che la terra in tale stato non avrebbe tardato ad essere coperta di uomini quindi sforzati a tenersi riuniti. D'altronde si sarebbero dispersi se il male fosse stato rapido, e che il cambiamento si fosse fatto da oggi a domani; ma nascevano sotto il giogo: avevano l'abitudine di portarlo quando ne sentivano il peso, e si contentavano di aspettar l'occasione per scuoterlo. Infine di gi accostumati a mille comodit che li sforzavano a tenersi riuniti, la dispersione non era pi tanto facile quanto ne' primi tempi, ne' quali veruno non avendo bisogno che di lui stesso, ciascuno prendeva il suo partito senza aspettare il consentimento di un altro.
(16) Il maresciallo di V.... raccontava che in una delle sue campagne le eccessive bricconerie di un impresario de' viveri avendo fatto soffrire e mormorare l'armata, egli lo rimprover acremente e lo minacci di farlo appiccare. "Questa minaccia non mi riguarda, gli rispose arditamente il briccone, e sono a dirvi che non si appicca un uomo che pu disporre di centomila scudi. Io non so come sia andata la faccenda, aggiugneva ingenuamente il maresciallo; ma in effetto egli non fu appiccato, quantunque avesse meritato di esserlo cento volte.
(17) La giustizia distributiva si opporrebbe a codesta eguaglianza rigorosa dello stato di natura, quand'anche fosse praticabile nella societ civile; e come tutti i membri dello Stato gli debbono dei servigi proporzionati ai loro talenti e alle loro forze, i cittadini a vicenda debbono essere distinti e favoriti in proporzione de' loro servigi. In questo senso bisogna intendere un passaggio d'Isocrate, in cui loda i primi Ateniesi di aver ben saputo distinguere qual era la pi vantaggiosa delle due sorti di eguaglianza, l'una delle quali consiste nel far parte degli stessi vantaggi a tutti i cittadini indifferentemente, e l'altra a distribuirli secondo il merito di ciascuno. Codesti valenti politici, agiugne l'oratore, bandendo codesta ingiusta eguaglianza, la quale non mette veruna differenza fra i cattivi e le persone da bene, si attaccarono inviolabilmente a quella che ricompensa e punisce ciascuno secondo i suoi meriti. Ma primieramente non vi ha giammai esistito societ, a qualunque grado di corruttela abbiano potuto giugnere, nella quale non si abbia fatto veruna differenza dei cattivi e delle persone da bene; e in materia di costumi, ove la legge non pu fissare una misura abbastanza esatta per poter servire di regola al magistrato, per non lasciar la sorte, o il rango de' cittadini alla sua discrezione, saviamente gl'interdice il giudizio delle persone, per non lasciargli che quello delle azioni. Non vi sono che i costumi tanto puri quanto quelli degli antichi Romani, che possano soffrire dei censori, e simili tribunali appresso di noi avrebbero rovesciato tutto: tocca alla pubblica stima il mettere la differenza fra i cattivi e le persone da bene; il magistrato non  giudice che del dritto rigoroso; ma il popolo  il vero giudice de' costumi, giudice integerrimo ed anco illuminato su questo punto, che s'inganna qualche volta, ma che non si corrompe giammai. Deve dunque essere regolato il rango de' cittadini, non sopra il merito personale, loch farebbe lasciare al magistrato il mezzo di fare una applicazione arbitraria della legge, ma sopra i reali servigi che rendono alla Stato, e i quali sono suscettibili di un estimo pi esatto.
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FINE.